da jonas | Gen 7, 2014 | memories

ATTENZIONE: V.M. 18 – contiene una scena di sesso esplicito.
Safire corre. Passo sostenuto, andatura regolare, il cuore batte e pompa sangue, il respiro brucia ossigeno londinese. Smog. Come si fa a vivere in una città nera e lercia come questa? Il sole non scalda Londra ed è nemico dei londinesi, li abbandona al loro triste e nebbioso destino.
Safire corre su per Regent Street. La gente sui marciapiedi si fa da parte e lo guarda passare. Vede un uomo alto e biondo, dalla pelle abbronzata e dal bel sorriso, inspirare l’aria nera della metropoli ed espirare nuvolette bianche, come se lo schifo di Londra si ripulisse nel petto di quell’uomo bellissimo e solare. Safire è come una cura mandata da Dio per sanare una città malata di fuliggine e cancro.
Il Mago scarta a destra e a sinistra, salta pozzanghere, evita fattorini e venditori ambulanti. E’ agile come un animale esotico, ed altrettanto affascinante. Non si era mai visto nessuno correre per puro divertimento lungo Regent Street. Nessuno fa queste cose nel West End. Solo i poveracci corrono di qua e di là come disperati, perché non possono permettersi né la carrozza né il tempo. I signori non s’affrettano, eh no, e quando passa il mago, si fermano e lo guardano stupiti. Qualcuno lo riconosce:”Ma è quel tizio, l’illusionista! Quello che fugge dalle casse in fondo al fiume, dalle casseforti delle banche, dalle celle della polizia metropolitana. E’ il mago Safire che corre su per Regent Street. Questa sì che è bella”.
La corsa riscalda le membra, arrossa le guance, imperla di sudore la fronte.
“Signor Safire, mi fate l’autografo?” Ma il mago è già lontano, è passato come una folata di vento, leggero, una visione. Le fanciulle eleganti lo vedono e ridacchiano, si scambiano commenti. Qualche signore distinto col bastone ed il monocolo bofonchia: “…correre così come se si avesse il diavolo alle calcagna! Finirà col far cadere qualcuno!”.
Safire non sente il freddo e neppure la stanchezza. Ci vuole ben altro. Sente solo il cuore pompare sangue e calore. Sente la vita scorrergli potente nelle vene. Non si è mai sentito meglio. E mentre corre, il Mago Safire pensa a come sia arrivato fin lì, a spaventare i ricchi signori londinesi con la sua corsa.
”Sono mortificato, mademoiselle!”
Cristophe Safire ha fallito miseramente il numero in cui fa sparire un calice di vino rosso dentro un cono fatto di carta di giornale. Stanno tutti ridendo di lui, della sua goffaggine e della faccia furibonda con cui la ragazza carina lo sta fissando, dopo che ha constatato come il suo elegante vestito da passeggio ormai sia da buttare. Il trucco stavolta non ha funzionato. Il tubicino di caucciù attraverso cui il vino sarebbe dovuto scomparire è saltato, ed il vino si è rovesciato tutto addosso alla fanciulla che Safire aveva scelto tra il pubblico per fargli da assistente.
La ragazza guarda il mago come se volesse ucciderlo.
“Dio, perdonatemi, io…vi pagherò il lavaggio…”
“Il lavaggio? Il lavaggio?!?! Pezzo di stronzo, un vestito nuovo mi devi pagare, altro che il lavaggio!” lei è furibonda e impreca come uno scaricatore di porto, il che contrasta moltissimo con il suo aspetto di bambolina di zucchero colorato. Safire è imbarazzato per il disastro che ha combinato ma soprattutto per gli epiteti fantasiosi con cui lei lo insulta davanti a tutti: “Vi comprerò un vestito nuovo, non vi arrabbiate…che taglia portate?”
Il giorno dopo il mago è in casa della ragazza, con una scatola dorata sottobraccio. Contiene un bellissimo vestito da pomeriggio di ottima fattura. Il mago ci ha speso la paga di una settimana. L’ha comprato nel più bel negozio della città ed è color pervinca, perché Safire pensa che alla ragazza quel colore doni tantissimo :”Vi ho comprato un vestito nuovo, mademoiselle, in luogo di quello rovinato”
La ragazza apre la scatola dorata, scarta l’abito: “Spera solo che sia della taglia giusta” gli dice asciutta, poi scompare nell’altra stanza col vestito nuovo. Sta via una manciata di minuti, poi ritorna. Safire è senza parole: lei è così dannatamente bella con quel vestito indosso. Vorrebbe dirle che è come una fata, come una ninfa, come un fiore. Vorrebbe dirle che sembra una principessa di una fiaba a lieto fine.
E lei dice: “Questo vestito mi fa schifo”.
Poi con un gesto rapido strappa via i bottoncini di madreperla ed il vestito le scivola ai piedi. Sotto è completamente nuda. Nel silenzio che segue, si potrebbe sentire uno spillo cadere e tintinnare. Safire la fissa, immobile come una statua di sale. Non riesce a dire niente. Se ne sta lì, a bocca aperta, e la fissa.
La ragazza scalcia via il vestito e va verso il divano. Si siede. Si distende.
Il mago, in piedi al centro della stanza, la guarda.
“Beh? Che ti prende? Non dirmi che voi maghi non scopate…” dice Valentina Casanova allargando le gambe.
***
Sono in tournèè col Circo Binewski da oltre sei mesi. Ogni sera c’è lo spettacolo. Poi, ogni notte, Valentina prende un nuovo lucchetto e impara come aprirlo. Ormai potrebbe scassinare porte, scrigni, casseforti. Se ne sta nuda, seduta sul minuscolo letto dentro il carrozzone che divide con Safire da quando è fuggita con lui e con il Circo.
Il lucchetto d’ottone è lucido come oro. La fronte di Valentina è un groviglio e le sue labbra sono pallide e serrate per l’impegno. Il lucchetto scatta, è aperto: “Splendido, amore mio. Sapresti farlo senza respirare?” dice il mago, mentre le siede dietro circondadola con le gambe.
“Posso fare tutto quello cha fai tu, zingaro” risponde Valentina. Poi si gira e lo bacia sulla bocca.
****
Valentina è in piedi sul’entrata. Il suo sguardo brucia, perfora. Guarda i due uomini che ha sorpreso uno sopra l’altro dentro il tendone delle gabbie con le bestie feroci. Uno è Cristophe Safire, l’altro un ragazzino che lavora come tuttofare per il circo da qualche settimana. Il mago sostiene lo sguardo di fuoco e ghiaccio della ragazza, mentre il garzone cerca di svignarsela tirandosi su i calzoni:
“No” dice Valentina, entrando e chiudendo la tenda dietro di sè “Fammi vedere”. Parla solo al Mago, come se il ragazzino fosse una cosa inanimata. Il Mago prende il garzone per il collo e lo costringe a piegarsi in avanti. Gli riabbassa i pantaloni, si inumidisce l’indice ed il medio con la bocca: “Hey, aspetta…” dice il ragazzino, ma il mago gli infila le due dita nel culo e fa strada al suo membro eretto. In due mosse ed una spinta gli è dentro. Per tutto il tempo non ha staccato gli occhi da quelli di Valentina. La ragazza si morde le labbra. Ha il respiro pesante. Osserva il mago sbattersi il ragazzino e non ha espressione. Vanno avanti così per qualche minuto, finchè il ragazzino non comincia a mugolare di piacere. Allora Valentina si avvicina e gli prende il cazzo in mano. Nel vedere questo l’eccitazione del Mago cresce e diventa incontenibile. Quando il garzone viene in mano a Valentina, Cristophe raggiunge un orgasmo devastante.
****
Ormai il circo è diventato troppo piccolo per il Mago. La gente si accalca per vedere il Grande Safire uscire dalla sua bara di vetro piena d’acqua, i biglietti vanno esauriti in poche ore, i posti a sedere non bastano più. Così il Mago e la sua Assistente iniziano a prenotarsi direttamente i teatri più grandi delle varie città. Marsiglia, Bordeaux, Lione, Parigi. Alcuni impresari accettano con entusiasmo di mettere in cartellone le evasioni folli e al limite dell’umano di Cristophe e poi contano allegramente i soldi che riempiono le casse al botteghino. Alcuni invece non ne vogliono sapere di avere un folle che tenta di suicidarsi ogni sera sul loro palcoscenico. “Quel pazzo di Safire non verrà a morire proprio qui” dicono sdegnosi. Ma quando il Mago comincia ad esibirsi pubblicamente buttandosi ammanettato mani e piedi dal Pont Neuf, il clamore è tale e tanto che nessuno osa più dirgli di no. Tutti i giornali parlano del Mago e di come sfidi la morte ogni sera senza neppure battere ciglio: “Maestro Safire, non vi è mai venuta la paura di non farcela?” chiede un giornalista inglese. Il mago risponde:”Finchè c’è Valentina al mio fianco, no. Non potrei mettere la mia vita in mani migliori”.
Il Times esce il giorno dopo e titola:”Death Defying Acts: the art of Cristophe Safire”. Le richieste piovono dai teatri di tutta Europa ed è il tutto esaurito ogni sera.
****
Ogni sera una camera d’albergo diversa. Ogni maledetta sera Valentina disfa le valigie e ordina champagne. Ogni sera Cristophe le porta dei “giocattoli”. A volte sono giovani che fanno marchette, a volte ammiratrici disposte a tutto pur di farsi scopare dal bellissimo mago francese, anche a soddisfare la sua graziosa assistente. Ma poi devono sloggiare e non farsi più vedere. Safire e Valentina stanno in equilibrio precario sull’abisso e lo sanno. Tra loro non ci devono essere ombre o la costruzione crolla. Nessun amante deve diventare più speciale degli altri. Ogni volta che questo succede, volano schiaffi e pugni i cui segni il cerone copre a malapena. Le crudeltà si sprecano, si accumulano, feriscono e fanno male. Il camerino diventa una specie di campo di battaglia sanguinoso, ma una volta in scena tutto svanisce e c’è solo l’applauso del pubblico adorante.
Safire corre lungo Regent Street. Molte teste si girano a guardarlo ed il Mago sorride. E’ ora di rientrare in albergo. Deve farsi un bel bagno, cambiarsi. Deve onorare l’invito a pranzo del giovane Lord dagli occhi così gentili. Deve andare al Drury ad assicurarsi che tutto sia pronto per lo spettacolo di domani sera. Poi deve sperare che Valentina se ne stia fuori dai piedi fino all’ora di cena perché alle cinque forse rivedrà quel medium. Jericho. Equilibrio precario, pensa il Mago, e sbuffa una nuvoletta bianca con la bocca.
da jonas | Gen 4, 2014 | memories

Tutto, solo per far contento Hall.
Hall lo Stramboide, Hall il Perfezionista, Hall che se avanti così entro l’anno lo troviamo al camposanto. Jonas Marlowe, detective, per un giorno intero aveva bighellonato per Spitalfields, Whitechapel e Cheapside. Investigava. Peccato che fosse stata Mad Hettie a trovarlo, e non il contrario. Molto male,ispettore, se quelli che cerchi trovano te.
“Mi cercavi? Sono qui, ero stufa di aspettarti. Hai da mangiare? Non per me, per i miei cani. Però se ne hai un po’ anche per me va bene”.
La donna era alta qualcosa meno di centocinquanta centimetri, e lo sanno tutti che il sistema metrico decimale del continente è più corto. Capelli come lana di vetro e fil di ferro. Almeno quattro gonne, e altrettanti cappotti, di cui due da uomo, che le arrivavano fino ai piedi e le facevano da strascico come alle spose.
“Pardon?” chiese Jonas, sfiorandosi la tesa del cappello in segno di saluto.
“Mi stai cercando”. Constatò la strega “Sono Mad Hattie. Laggiù si mangiano ottimi tortini”
Jonas si guardò in giro: qualcuno l’aveva sentito fare domande sulla donna chiamata Mad Hattie, che sosteneva di essere una strega di duecentocinquant’anni, che nascosto il cuore da qualche parte a Londra per non morire mai.
“Cibo” sottolineò la Strega “Se darai da mangiare ad una vecchia e i suoi cani, magari da morto andrai in Paradiso.”
Lo prese per un gomito e se lo portò dietro, lo trascinò davanti al pub, ma aspettò che ad entrare fosse lui.
Jonas non potè fare altro che accomodarsi, ma le diede la precedenza, perché una donna è sempre una signora, anche se è una Strega.
Pagò tutto in anticipo e la guardò mangiare: beef pie, salsa, patate lesse, sidro.
Mad hettie ingurgitò tutto quello che non divise coi suoi cani randagi. Scolò il boccale di sidro, emise un rutto sonoro e riportò l’attenzione sullo sbirro: “Da morto andrai in Paradiso. Da vivo andrai all’Inferno.”
“Grazie!” sbottò Jonas. Fece un cenno al cameriere: tè. Gli portarono della birra. Non disse nulla e si limitò a bere.
“Ora, chiedi quello che vuoi chiedere.” La Strega si stuzzicava i denti con l’unghia del mignolo.
“Voglio sapere se Karl McCoy è vivo e, nel caso, dove si nasconde. Devo trovarlo.”.
“Sì. No. No.”
“Come?”
“E’ vivo. Non si nasconde. Non lo troverai.”
Jonas sospirò. Perché i mentecatti toccavano sempre a lui? A Hall, Mary Kelly, a lui una matta. Perché?
Mad Hattie lo guardava da sotto la tesa gualcita del suo berretto da marinaio: “Mi dispiace”.
“Dispiace più a me che ti ho comprato la cena e non ho ottenuto niente sul mio uomo.”
“Mi riferivo a te: mi dispiace tanto. Vorrei aiutarti, ma ci sono punti fermi nel tempo che non possono essere cambiati. Qualcun altro decide la tua sorte, ed è un’anima storta.”
Si chinò in avanti, verso di lui: “Stai per perdere tutto. E poi ritroverai tutto, ma non sarà affatto come te lo aspetti. Per niente.”
Jonas aggrottò la fronte: “Sarebbe una ‘previsione’? Non attacca, non ti darò altri soldi. Voglio solo McCoy e se non me lo dai, ci salutiamo qui. Buon Natale.”
“Sì. No.”
Jonas fece per alzarsi. Il gioco l’aveva stancato. Era tardi. Era la Vigilia di natale. Scusa Hall, ne riparliamo nel 1888.
“E’ una previsione. Non voglio altri soldi. E’ un regalo che non ti farà alcun piacere e non ti aiuterà. Ma se agisco per il male e non avviso le persone, poi perdo i miei poteri, tu capisci.”
“Non perderò proprio niente, ho già tutto. Grazie, comunque”.
“Stupidi mortali. Sono qui che ti dico che perderai Alice. Perderai la tua reputazione e il tuo lavoro. Poi ritroverai tutto, e sarà tutto diverso. Ma no, tu non mi ascolti. Non ci saranno altri Natali per te, dopo questo. Almeno non per qualche anno.”
Jonas prese altre monete, le buttò sul tavolo: “Bravissima, hai raccolto informazioni su di me. Ti sei guadagnata la paga. Credi di impressionarmi? Peccato che io non creda a niente.” Indicò i soldi: “Non berteli tutti”.
Mad Hettie raccolse i soldi: “Ho detto a tutti, qui all’est,che tempo sei mesi, da questa parte della città camminerà il Diavolo in persona, la notte. E’ già qui, ma non è ancora pronto. Quando uscirà dalla sua Crisalide, sarà perfetto e mostruoso e tutto il mondo parlerà di lui, tutte le donne saranno in pericolo. Tutte tranne Alice: lei ha un Diavolo personale, tutto suo.”
Jonas si calcò la bombetta troppo in giù: “Ora basta, il tuo posto è Bedlam. Se ti ripesco, ti arresto e ti faccio internare. Addio.”
Mad Hettie scosse il capo: “Non adirarti proprio la notte del tuo ultimo Natale, Jonas.”
L’ispettore uscì in tre lunghi passi, rigirandosi in su il bavero del cappotto.
(Omaggio a Neil Gaiman…)
da jonas | Set 7, 2013 | memories

A modo loro, lo sapevano. S’avvicinava la tempesta, dopo la calma e l’ebbrezza. Da qualche parte, sopra le loro teste, in un punto preciso del loro immediato futuro il tempo stava per finire. D’altronde si sa, la candela che brilla più intensa brucia prima, e la loro era la luce di tutte le luci, migliaia di fiammelle che avevano generato una stella danzante. E ora la stella iniziava a implodere.
Valentina indossava un chimono color papavero, lunghe maniche sfioravano il pavimento ed uno strascico di sangue la seguiva. Geisha d’oro, bianca e rossa, principessa ma in realtà strega, orribile matrigna, spirito cannibale.
S’avvicinò al grande letto, su cui sedevano i suoi due uomini. Jericho si limitò a guardarla. Safire disse: “Amore mio” e cercò di slacciarle l’obi già allentato. S’intravedeva la rotondità color panna del seno, il rosa scuro del capezzolo.
Valentina gli schiaffeggiò la mano: “Giù le mani. Non toccarmi.” Safire sorrise. Riconosceva le regole del gioco, e lo divertivano molto. Invece Valentina si girò verso Jericho e Jericho vide che era grigia in faccia: “Credevo ti importasse qualcosa di noi, invece mi sbagliavo. Sei pazzo. Irresponsabile. Egoista. Dovrei prenderti a calci quel bel faccino.”
Safire sgranò gli occhi: “Ma che ti prende stavolta? Che cosa ti ha fatto?”
Jericho fece per mettersi in piedi. Valentina lo spinse di nuovo a sedere: “Un assassino in casa nostra! Posso capire che Cristophe manchi di giudizio, ma tu gli reggi anche il gioco! Un assassino in casa del mago Safire!” indicò la porta. Oltre la porta le scale che portavano alla soffitta. E in soffitta il Signor Krane e il Dottor Goodfellow.
“Riesci a immaginare cosa accadrebbe se si venisse a sapere che il Mago Safire da asilo ad un assassino? Credi che lo scandalo ci risparmierebbe? Che i teatri ci scritturerebbero ancora? Forse non ti è chiaro, schifoso inglese, che questa casa e i tuoi conti li paghiamo coi soldi degli spettacoli?”
Safire allungò un braccio tra Valentina e Jericho: “Adesso basta, Cherie. Lascialo stare. Forse hai bevuto troppo.”
Valentina si girò e nel girarsi sferrò un manrovescio al mago, tale da piegargli la testa di lato. Quando Safire tornò a guardarla, aveva un taglio sulla guancia. Il maledetto anello di fidanzamento. Diamante da dodici carati. Taglio a cuore.
“Finiscila! Finisci di proteggerlo! Mi avevi giurato che saremmo stati solo noi due! Nessun altro! Solo io e te!” Velentina urlava. Sputava goccioline iridescenti di saliva addosso a Cristophe: “da quando c’è lui, va tutto a rotoli! Annullata la tourneè! Niente più spettacoli! Gli hai addirittura comprato una casa!”
Cristophe si alzò in piedi, un rivolo di sangue gli aveva macchiato la camicia: “ Cherie. Amore mio. Calmati. Non siamo mai stati gelosi. Ma che succede?”
“Succede che è arrivato il momento si fare una scelta. O io, o lui.”
Safire la guardò a bocca aperta. Passò una manciata di secondi.
Infine il Mago disse: “Non chiedermi di scegliere. Non posso farlo.”
Valentina face due occhi sottili, rettili: “Vuoi dire che io per te sono importante tanto quanto lui?”
Safire non guardò Jericho: “No, non è esatto” mormorò.
La comprensione del significato dentro a quel no face allargare gli occhi di Valentina oltre i limiti imposti dal suo bel faccino. Fu percorsa da un tremito. Guardò il Medium, si sfilò uno spillone dalla crocchia lasca e saltò addosso a Jericho, mirando agli occhi.
Cristophe fu svelto a bloccarle il polso, ed evitò che Valentina cavasse un occhio al suo amante.
“Cherie! Fermati!” le torse il polso e lo spillone cadde a terra, senza alcun rumore sul tappeto persiano.
“Perché mi fai questo? Perché?” singhiozzò Valentina. Safire l’abbracciò: “Piccola mia” disse semplicemente.
“Uscite. Uscite da questa stanza.” Mormorò la ragazza contro il petto del mago: “Andatevene. Ho la nausea.”
Safire si staccò da Velentina e vide che il suo sangue le aveva macchiato la fronte.
“Hai solo bevuto troppo a cena, amore mio. Domani sarà tutto passato.”
“Oh no. Non passerà. Sono incinta. Adesso fuori di qui, o giuro che vi uccido entrambi.”
da jonas | Ago 25, 2013 | memories, Schegge

Una Casa! Cristophe era uscito sabato mattina e si era comprato una casa a Londra.
Valentina Casanova, strizzata in un vestito da pomeriggio di velluto rosso scuro, stentava ancora a crederci. Mai avuta una casa in tanti anni. Carrozzoni da Circo sì, uno. Celeste e Blu. Decorato con stelle e pianeti. Camere d’albergo anche, tante. Bettole. Poi pensioni rispettabili. Infine quattro e cinque stelle. Ma una casa, mai. E ora avevano una casa a due piani con giardino nel West End in cui cominciavano già ad arrivare i fornitori. Mobili, vasellame, casse di libri, bauli di biancheria.
“Vuoi fermarti a Londra?” aveva chiesto Valentina in piedi nell’ingresso, mentre sfilava lo spillone che le incollava il cappellino con veletta alla treccia bionda: “Non sapevo volessi fermarti a Londra. Non ci siamo mai fermati. I vecchi si fermano. I borghesi si fermano. Ma non noi. Non io.”
Cristophe che giocolava pericolosamente con una coppia di tazzine da caffè, facendole danzare in aria a sfiorare il lampadario a gocce, le aveva riacchiappate al volo e rimesse a posto: “Chi ha parlato di fermarsi? La Tournèè prima di tutto, Cherie. Solo ci vuole un punto fisso…”
“…a Londra. Non a Parigi. Non a Nizza, dove ci sono quelli come noi. Ma a Londra”
Era andata alla finestra ed aveva passato un dito guantato di rosso sul davanzale, per ritirarlo nero di fuliggine in punta: “Questa è Londra , Cristophe!” si era pulita il dito sul bavero della redingote del Mago, lasciandovi un segno nero come un virgola triste di carbone.
“Qui ci abita mia madre”
“Non hai comprato questa casa per tua madre. E nemmeno per me” Valentina aveva specchi bui al posto degli occhi.
“Ti sbagli. Questa è casa nostra ora. Ho fatto portare i tuoi bauli”
Valentina ovviamente non gli aveva creduto. Sentiva puzza d’inglese. Le aveva contate anche lei le camere da letto. E ce n’era una di troppo, per i suoi gusti. Aveva intuito per chi era quella camera esposta ed est, tappezzata di grigio e bianco, con i mobili di abete e il letto a baldacchino.
Allora aveva dato una spinta ad una cassa di porcellane, che era rovinata a terra spargendo cocci bianchi come ossa tutt’intorno. Poi era toccato ad una pila di piatti. Poi ai bicchieri.
“Cherie, quella roba era nuova. Sai quanto costa?” aveva commentato ieratico Cristophe.
Valentina aveva aperto un baule e ora, uno per uno, buttava i suoi vestiti più belli nel camino acceso. Buttò cappellini, guanti, spazzole col manico d’avorio e pettini d’osso. Quando fracassò una bottiglia di profumo francese nel focolare, divampò una fiammata.
Cristophe assisteva e subiva.
La distruzione durò un buon venti minuti, al termine dei quali ogni avere del Mago e della sua assistente era in frantumi o incenerito.
“Ora sto meglio” sorrise Valentina, beandosi di tutto quel caos “Libretto degli assegni…” disse infine impassibile.Visto che Cristophe non reagiva, Valentina gli infilò la mano nella tasca interna della giacca e pescò un portafogli di pelle. Lo mise in borsetta e fece per uscire.
“Dove vai ora?”
“A fare compere. Non ho più niente da mettermi, non vedi?”
da jonas | Dic 6, 2012 | memories

Valentina Casanova era un fiore scarlatto che volteggiava nel vento, una macchia di sangue sul pavimento lucido della sala da ballo. La sua risata che risuonava troppo acuta, troppo alta, era cristallo infranto sui nervi tesi di Jericho, eppure lui aveva imparato così tanto tempo prima che le parole possono ferirti a morte, ma non possono ucciderti, che sono altre le cose che possono fare male, male davvero. Che un cuore anche se spezzato mille volte, anche se calpestato, mutilato, continua comunque a battere, a sanguinare.
Che se non hai più nulla da perdere puoi rimetterti in gioco ancora e ancora, bluffando col destino, e se il destino si stanca di te, poco male, non hai altro sangue da versare.
Ma Safire… Per Safire valeva la pena di giocare un’ultima partita….