Brighton, 1885

Prequel del romanzo: Federica Soprani e Vittoria Corella, Victorian Vigilante. Le infernali macchine del Dottor Morse, Nero Press, 2015

Il mare mugghiava, inarcandosi sotto il cielo incolore, come una bestia irrequieta, onde grigie che s’innalzavano imponenti per poi riversarsi sulla rena in esplosioni di spuma bianca.
In lontananza, il Chain Pier, il pontile sospeso, tagliava l’orizzonte ammantato di bruma, le torri portanti che svettavano come pagode cinesi legate le une alle altre con festoni di perle nere. S’intravedeva anche la passeggiata su Madeira Drive, un brulichio indistinto di figure in miniatura affacciate sull’inquietudine ostile del mare, che si riversavano lungo il pontile come una fila discontinua di formiche ignare.
Ma quello era altrove, un altro mondo. Quella era Brighton, con i suoi locali alla moda e le bancarelle, con la punta della torretta dell’acquario che bucava il cielo come un ago. Ci sarebbero andati, più tardi, forse. Benedict lo aveva lasciato intendere. Beatrix era curiosa di vedere la camera obscura, una delle attrazioni erette sul pontile. Ne sarebbe stata così delusa. Anche Nan, la governante che si era imposta come chaperon della fanciulla per quell’occasione, ci teneva, sebbene non avesse mosso alcuna pretesa a riguardo. Ma aveva indossato il suo cappotto migliore, e anche un vezzoso cappellino color pulce, che la faceva apparire più giovane. Questi dettagli non erano sfuggiti a Beatrix, né a Percy. Benedict… beh, Benedict era tutta un’altra faccenda.
Lui aveva percorso tutto il tragitto dalla stazione una manciata di passi avanti a tutti loro. Che fosse ansioso di arrivare a destinazione non era certo un mistero. La sua smania era tale che quasi non aveva aspettato che il treno si fermasse del tutto per scendere, e solo l’ostinazione caparbia del capotreno gli aveva impedito di farsi male. Era uscito dalla stazione e si era diretto senza alcuna esitazione verso il mare, come se avesse intenzione di berlo in un unico sorso. Non il mare addomesticato della Promenade, naturalmente, con la sua spiaggia sassosa disertata dai bagnanti in quel settembre inoltrato. Lui e Percy avevano studiato a lungo la mappa, nelle settimane precedenti. Avevano pianificato ogni cosa, sotto lo sguardo paziente di Sir Hastings, sgranocchiando i biscotti all’uvetta che Beatrix si preoccupava non mancassero mai alle loro riunioni serali. Avevano individuato insieme il luogo adatto al loro scopo e Benedict aveva descritto tutto con l’usuale entusiasmo, dipingendo ogni dettaglio con colori così vividi che era come se tutto fosse già accaduto, tutto fosse già stato scritto.

Quando giunsero in vista della spiaggia non ci fu più modo di tenerlo. Spiccò la corsa, troncando a metà la conversazione, e si diresse verso il mare, saltando i cespugli di vegetazione. Percy, rimasto indietro con le donne a con il materiale che portavano con loro, non poté fare a meno di sorridere quando lo vide iniziare a spogliarsi senza smettere di correre. Nan emise un brontolio di costernazione, sicuramente più preoccupata degli abiti lasciati cadere lungo il percorso, che non per il comportamento indecoroso del ragazzo. Del resto, lo aveva cresciuto fin da quando era molto piccolo, doveva ben sapere di cosa fosse capace.
“Percy, vai e prenderlo” lo incitò Beatrix, sorridendo. E aggiunse, tornando con lo sguardo alla figura che ormai si stagliava nuda contro le onde: “Si prenderà un malanno.”
Percyval Swan annuì, mettendosi a correre a sua volta, incurante degli involucri voluminosi che portava a tracolla e che sbatacchiavano a ogni passo. Si fermò per posarli sulla sabbia, prima di danneggiarli, e poi riprese a correre verso Benedict, che era entrato in acqua e saltava tra i flutti agitando le braccia come ali d’uccello.
“Percy, vieni dentro!! È magnifico!!” gli gridò, quando lo vide sopraggiungere. Sì, sicuramente lo era, pensò Percyval, lanciando un’occhiata cauta a destra e a sinistra, sul bagnasciuga. Il fatto che avessero scelto un tratto di spiaggia raramente frequentato non lo tranquillizzava. Spiegare la ragione della loro presenza sarebbe già stato complicato senza quel bagno fuori programma.
Si portò le mani a schermarsi gli occhi, per sfidare la furia del vento che sferzava la spiaggia. Un vento freddo, possibile che Benedict non lo avvertisse? No, evidentemente no. Inspirò profondamente l’aria salmastra. Benedict gli faceva ancora cenno di raggiungerlo. Lo avrebbe fatto, se non ci fossero state Beatrix e la signora Crowley, laggiù, al limitare della spiaggia, a guardarli. Si sarebbe spogliato degli abiti e di ogni indugio, avrebbe lasciato che il vento gli strappasse una sinfonia di brividi dalla pelle nuda, e si sarebbe unito a lui, per sfidare insieme le onde. Bastò il profumo di quella libertà solo immaginata per rubargli un sospiro. Ma qualcuno doveva restare con i piedi per terra, e nessuno sano di mente avrebbe mai preteso che fosse Benedict a farlo.
Rimase dove si trovava, dunque, mentre l’amico mandava a in frantumi il cielo e il mare con le sue alte strida. Non si mosse nemmeno quando lo vide voltarsi e uscire dall’acqua, camminando verso di lui, fradicio e sorridente.
“Non sai cosa ti perdi…” sentenziò, ebbro di felicità. I capelli gli si erano appiccicati al capo come alghe d’oro brunito e le sue labbra risaltavano bluastre nel volto pallido. Aveva torto, Percy sapeva benissimo cosa si perdeva. Si sfilò la giacca e gliel’avvolse intorno alle spalle, che avevano iniziato a essere percorse da un tremito diffuso.
“Sei gelato” lo informò, frizionandolo vigorosamente. In tutta risposta l’altro rise, lasciandosi asciugare come un grosso cane incosciente.
Nel frattempo Beatrix e la signora Crowley li avevano raggiunti. Quest’ultima si affrettò a esibire un asciugamano che passò a Percy con un’occhiata che grondava biasimo. Beatrix aveva raccolto gli indumenti disseminati lungo la spiaggia e si sforzava di non ridere, restando in disparte. La nudità del cugino non la imbarazzava, ma sapeva che la governante non avrebbe apprezzato un’eccessiva disinvoltura da parte sua, soprattutto fuori da Badhouse.
Benedict prese a rivestirsi, incurante della sabbia che gli restava appiccicata alla pelle umida.
“Il giorno è perfetto, non avremmo potuto essere più fortunati!” comunicò a tutti loro, cercando con lo sguardo l’attrezzatura. Non ci fu bisogno di aggiungere altro. Sapevano tutti perfettamente perché si trovassero lì. Percy e Beatrix presero a srotolare gli involucri di tela disponendo con ordine tutti i pezzi sulla sabbia, mentre Benedict, incapace di stare fermo, camminava tra loro annuendo.
Quando ebbero finito, anche Percy e Beatrix gli si affiancarono, valutando dall’alto il loro operato.
“Sembra un angelo precipitato dal cielo” osservò Benedict, allegramente.
“O un demone emerso dagli abissi,” mormorò Percy, inclinando leggermente la testa per osservare meglio quella strana creatura di legno e tela che giaceva sulla sabbia. Le ali, due imponenti vele triangolari, si estendevano ai lati di una struttura sottile, ma robusta, un intreccio di canne di bambù legate con la corda e rinforzate in più punti con fasce di cuoio.
“È magnifico,” sussurrò Beatrix, con gli occhi che brillavano di quella stessa eccitazione che animava il cugino. Si chinò per accarezzare il tessuto teso delle ali, un materiale leggero, ma resistente che Sir Hastings aveva fatto arrivare appositamente da una bottega che commerciava tessuti provenienti dall’Oriente.
Benedict batté le mani, incapace di contenere l’entusiasmo.
“Dobbiamo montarlo subito, prima che il vento cambi.”
La signora Crowley scosse il capo, preoccupata.
“Signorino Benedict, siete ancora umido e il vento è gelido. Almeno indossate questo.” Gli porse una sciarpa di lana che aveva estratto dalla sua borsa. Benedict la accettò distrattamente, gettandosela attorno al collo senza nemmeno annodarla.
“Percy, aiutami con i supporti centrali,” ordinò, già chino sulla struttura. “Beatrix, tieni ferme le ali mentre le assicuriamo.”
Si misero al lavoro con l’efficienza di chi ha provato quella sequenza decine di volte. Sir Hastings aveva concesso loro l’uso dell’ampio granaio di Badhouse per le prove di montaggio, a condizione che una volta all’esterno agissero con discrezione. “Non voglio che tutta Brighton venga a sapere cosa state architettando,” aveva detto loro con un sorriso complice sotto i baffi brizzolati.
Mentre lavoravano, Percy non poteva fare a meno di ripensare a tutte le ore trascorse a disegnare, calcolare, tagliare e assemblare. Benedict era stato instancabile. Da quando aveva letto degli esperimenti di Lilienthal in Germania, non aveva parlato d’altro. “Possiamo farlo meglio,” ripeteva sempre, “possiamo volare più in alto e più lontano.”
“È pronto,” annunciò Beatrix dopo venti minuti di lavoro febbrile. Si sollevò, scostandosi una ciocca di capelli dalla fronte. Il vento aveva scompigliato la sua acconciatura, ma non sembrava curarsene.
La macchina volante si ergeva ora completa sulla sabbia. Non era più una collezione di pezzi sparsi, ma una creatura pronta a spiccare il volo. Il telaio centrale, dove il pilota avrebbe dovuto stendersi, era rivestito di un’imbottitura di cuoio. Le ali, ampie e maestose, vibravano leggermente sotto le carezze del vento, come impazienti.
Benedict si avvicinò all’aquilone umano, come lo chiamavano tra loro, con riverenza.
“Aiutatemi a indossarlo,” disse, sfilandosi la giacca che Percy gli aveva prestato.
“Dovresti almeno asciugarti meglio,” protestò quest’ultimo, ma sapeva che era inutile. Quando Benedict aveva quell’espressione, nulla poteva fermarlo. Di certo non il buon senso.
La signora Crowley si era tenuta in disparte, osservando con crescente preoccupazione.
“Signorino Benedict,” intervenne con determinazione. Aveva cresciuto Benedict e Beatrix, sapeva quanto fosse inutile tentare di far ragionare il signorino, ma nessuno le avrebbe mai impedito di provaci. “Sir Hastings ha detto che potevate costruirlo e portarlo qui, ma non ha mai accennato a… a…”
“A farlo volare?” completò Benedict con un sorriso radioso. “È esattamente per questo che l’abbiamo costruito, Nan. Non temere, ho calcolato tutto. Percy ha verificato ogni equazione. Non è vero, Percy?”
Percy deglutì. Sì, aveva verificato ogni calcolo, ma una cosa erano i numeri sulla carta, un’altra era vedere il suo migliore amico lanciarsi dal promontorio imbracato in quella struttura, che non gli era mai apparse così fragile ed effimera.
“Benedict, forse dovremmo fare un’ultima prova dal pendio più basso, come avevamo deciso.”
“Il vento non è mai stato così perfetto!” esclamò Benedict. “Soffia esattamente nella direzione giusta e con l’intensità che ci serve. Potrebbe non ricapitare per settimane.”
Beatrix osservava la scena con occhi attenti. Condivideva l’entusiasmo del cugino, ma anche la preoccupazione di Percy.
“E se provassimo prima con dei pesi?” suggerì. “Potremmo simulare il tuo peso e vedere come reagisce la struttura.”
Benedict scosse la testa.
“Abbiamo già fatto tutte queste prove a Badhouse. È il momento di volare, volare davvero!”
Si avvicinò al bordo della scogliera. Non era ripidissima in quel punto, ma offriva un dislivello sufficiente per prendere quota, se il vento avesse cooperato. Sotto di loro, la spiaggia si estendeva per un buon tratto prima di incontrare la battigia.
“Aiutatemi,” ripeté Benedict, e questa volta il suo tono non ammetteva repliche.
Percy e Beatrix si scambiarono uno sguardo, poi si avvicinarono. Con movimenti misurati, aiutarono Benedict a posizionarsi. Il ragazzo si distese prono sull’imbottitura centrale, infilando le braccia nelle cinghie di cuoio che avrebbero permesso di controllare l’inclinazione delle ali.
“Ricorda,” disse Percy mentre allacciava le cinghie attorno alle sue spalle, “devi tenere le braccia tese, ma non rigide. Lascia che il vento faccia il lavoro. Tu devi solo indirizzarlo.”
Benedict annuì, gli occhi fissi sull’orizzonte. Il mare si estendeva infinito davanti a loro, una distesa di grigio argento increspata dal vento.
“Siete sicuro di volerlo fare, signorino?” chiese rassegnata la signora Crowley, che si era avvicinata tenendosi il cappellino con una mano.
“Mai stato più sicuro di qualcosa in vita mia, Nan,” rispose Benedict con un sorriso così luminoso che per un attimo sembrò che il sole avesse bucato le nuvole.
Benedict respirò profondamente, assaporando l’odore di sale e libertà che permeava l’aria.
“Adesso,” disse, la voce ferma nonostante l’emozione, “sollevatemi e tenetemi in posizione finché non vi darò il segnale.”
Percy e Beatrix si posizionarono ai lati della struttura, afferrando con sicurezza il telaio. La sollevarono lentamente, facendo attenzione a mantenere le ali parallele al terreno. La macchina era sorprendentemente leggera, ma con Benedict assicurato al centro, richiedeva comunque uno sforzo considerevole.
Il vento sembrò accorgersi di quella nuova creatura che sfidava il suo dominio. Una raffica più forte fece vibrare le ali tese e l’intera struttura fremette, come un cavallo impaziente di lanciarsi al galoppo.
“Lo sentite?” esclamò Benedict, con gli occhi spalancati dall’entusiasmo. “Vuole volare!”
La signora Crowley si era portata le mani alla bocca, incapace di emettere suono. I suoi occhi seguivano ogni movimento con terrore e meraviglia.
“Ti ricordi cosa fare se le ali dovessero inclinarsi troppo?” chiese Percy, cercando di mantenere un tono calmo.
“Spostare il peso nella direzione opposta, lo so,” rispose Benedict con impazienza. “Abbiamo provato decine di volte.”
“Mai con il vento vero,” mormorò Beatrix, ma abbastanza forte perché Benedict la sentisse.
“Proprio per questo siamo qui, no?” replicò lui con un sorriso sfacciato. “Per scoprire se funziona davvero.”
Si voltò verso il mare, poi verso il cielo, come per valutare una volta di più le condizioni. Poi, con decisione, disse: “Adesso. Lasciatemi.”
Percy esitò un istante, fissandolo negli occhi. In quello sguardo c’era tutta la sua ammirazione per quel coraggio sconfinato che rasentava l’incoscienza, e che da sempre lo aveva attratto come una falena alla fiamma. Ma c’era anche la paura, una paura che gli toglieva il respiro. Perché il mondo senza Benedict avrebbe perso qualsiasi senso.
“Vai,” disse infine, e insieme a Beatrix lasciò andare la struttura.
Per un momento terribile, sembrò che la macchina volante volesse precipitare. Si inclinò in avanti, trascinata dal peso di Benedict. Ma poi, come se avesse finalmente compreso cosa le si chiedeva, si stabilizzò, le ali che catturavano perfettamente il vento.
Benedict si slanciò in avanti con un piccolo balzo, e accadde.
Le ali si gonfiarono, afferrando l’aria come mani invisibili. La struttura si sollevò, dapprima di poco, poi sempre più in alto, trasportata da una corrente ascensionale che sembrava essere stata creata appositamente per loro.
Un grido di pura gioia eruppe dalla gola di Benedict quando si rese conto che stava volando sospeso sopra la spiaggia come un gabbiano.
“Funziona! Funziona!” gridava Beatrix, saltellando sulla sabbia e battendo le mani.
Percy rimase immobile, il fiato sospeso, gli occhi che non abbandonavano per un attimo la figura dell’amico in volo.
La signora Crowley si era lasciata cadere in ginocchio sulla sabbia, le mani giunte in una preghiera silenziosa.
Benedict virò leggermente a sinistra, spostando il peso come avevano provato tante volte. La macchina rispose docilmente, tracciando un ampio arco nel cielo grigio. Era in controllo, completamente in controllo di quel miracolo di legno e tela.
“È magnifico!” gridò verso i suoi amici sulla spiaggia, la voce portata dal vento. “Posso vedere tutto! L’intero mare! Tutta Brighton!”
E davvero, da quell’altezza, che non doveva essere a più di quindici metri dalla spiaggia, ma sembravano infinitamente di più, la vista era spettacolare. La città si stendeva alle sue spalle, un mosaico di edifici e vie che si perdeva nella foschia. Davanti a lui, l’immensità del mare si apriva come una promessa.
Per alcuni minuti benedetti, Benedict planò sopra la spiaggia, ora salendo grazie a una corrente favorevole, ora scendendo leggermente quando il vento diminuiva. Eseguì un’altra virata, questa volta a destra, disegnando un ampio otto nel cielo.
“Dovresti scendere!” gridò Percy, quando gli passò abbastanza vicino da sentirlo. “Non sfidare troppo la sorte!”
Ma Benedict sembrava non sentirlo, o non volerlo sentire. Era completamente rapito da quella sensazione di libertà assoluta. Era come essere diventato parte del vento stesso, danzare con gli elementi più sfuggenti della natura.
Fu allora che il vento cambiò.
Dapprima fu solo una leggera variazione, un mutamento quasi impercettibile nella direzione. La macchina volante sussultò, come sorpresa da questo tradimento. Benedict reagì prontamente, spostando il peso per compensare, ma il vento continuava a cambiare, diventando più capriccioso.
“Benedict!” gridò Percy, che aveva notato immediatamente il cambiamento nella stabilità del volo. “Scendi ora!”
Questa volta Benedict sembrò sentirlo. Iniziò a manovrare per portarsi verso la spiaggia, inclinando il corpo in avanti per avviare una discesa controllata. Ma il vento aveva altri piani.
Una raffica improvvisa, più forte delle precedenti, colpì la struttura sul lato destro. Le ali vibrarono violentemente e tutta la macchina si inclinò in maniera pericolosa.
“No, no, no,” mormorò Percy, mentre Beatrix si copriva la bocca con le mani.
Benedict lottava per riprendere il controllo, spostando freneticamente il peso nella direzione opposta, proprio come avevano simulato tante volte. Per un momento sembrò funzionare. La struttura si stabilizzò nuovamente. Ma era ormai troppo vicino alla spiaggia, e stava scendendo troppo rapidamente.
“Attenzione!” gridò Beatrix, indicando un punto davanti a Benedict.
Il ragazzo cercò di virare per evitare un gruppo di massi che spuntavano dalla sabbia, ma il vento lo spinse proprio in quella direzione. L’ala sinistra della macchina sfiorò la roccia, strappandosi parzialmente.
La struttura iniziò a ruotare su sé stessa, ormai fuori controllo. Benedict, ancora legato dalle cinghie di cuoio, fu sbalzato violentemente da una parte all’altra.
L’impatto con la sabbia, quando avvenne, fu sorprendentemente morbido. La macchina volante atterrò di lato, l’ala danneggiata che si piegava come l’arto ferito di un uccello. Benedict rotolò sulla sabbia, trascinando con sé parte della struttura ormai in pezzi.
Percy fu il primo a raggiungerlo, correndo così velocemente che i piedi quasi non toccavano il terreno. Beatrix lo seguiva da vicino, con la signora Crowley che arrancava dietro di loro, il volto stravolto dal terrore.
“Benedict!” chiamò Percy, gettandosi in ginocchio accanto all’amico immobile. “Benedict, rispondimi!”
Per un istante terribile, non ci fu risposta. Poi, lentamente, Benedict sollevò la testa dalla sabbia. Il suo volto era sporco, graffiato in più punti, ma i suoi occhi… i suoi occhi brillavano come non li avevano mai visti brillare prima.
“Ho volato,” sussurrò, un sorriso incredulo che gli illuminava il viso. “Percy, ho davvero volato.”
Percy lasciò uscire un respiro che non si era accorto di trattenere.
“Sì, idiota, hai volato. E poi sei quasi morto.”
Benedict rise, una risata che si trasformò rapidamente in un gemito di dolore.
“Credo di essermi rotto qualcosa,” ammise, tentando di muovere il braccio destro.
La signora Crowley li aveva finalmente raggiunti e si lasciò cadere accanto a Benedict, le lacrime che le rigavano il volto rugoso.
“Oh, signorino! Come avete potuto! Sir Hastings mi licenzierà di certo, e a ragione!”
“Non essere sciocca, Nan,” disse Benedict, con voce debole, ma determinata. “Papà sarà orgoglioso di me. Ho volato più a lungo di chiunque altro. Di chiunque altro in Inghilterra, almeno.”
Beatrix si inginocchiò dall’altro lato, esaminando attentamente le condizioni del cugino.
“Dobbiamo portarlo da un medico,” disse, sempre pratica anche nei momenti di crisi. “Il braccio sembra rotto, e potrebbero esserci altre ferite.”
Percy annuì, già pensando a come trasportarlo fino alla città.
“Possiamo usare parte della struttura per improvvisare una barella.”
“No!” esclamò Benedict, tentando di sollevarsi sui gomiti prima di ricadere con una smorfia di dolore. “Dobbiamo salvare tutto ciò che possiamo. Studieremo cosa è andato storto e lo miglioreremo.”
Percy e Beatrix si scambiarono uno sguardo esasperato.
“Ci penseremo dopo,” disse Percy con fermezza. “Prima dobbiamo curarti.”
Mentre si davano da fare per raccogliere i resti della macchina volante e preparare un modo per trasportare Benedict, il ragazzo continuava a guardare il cielo con espressione rapita.
“La prossima volta,” mormorò, quasi a sé stesso, “volerò fino al mare.”