Twelve Days of Christmas: on the 8th day of Christmas

Twelve Days of Christmas: on the 8th day of Christmas

 

twelve8

William Gerald Cadogan, nipote del Drago &

Manfred Von Richtofen, futuro Barone Rosso

Ambasciata tedesca a Londra

1913

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“William, sono quasi sicuro che NON dovremmo essere qui!”

William Cadogan liquidò l’ennesima protesta dell’amico con una scrollata di spalle. Poi afferrò con un gesto elegante un flute di champagne che lievitava nell’aria insieme a una selva di suoi fratelli dorati, sostenuti da un cameriere lieve come un refolo di vento. Ingollò il liquido spumeggiante in un’unica sorsata. “E smettila di bere!!” aggiunse Andrea Werner, in un sibilo.

“Buon Dio, ti vuoi calmare?” rispose William senza darsi pena di parlare a bassa voce. “Ho il sacrosanto diritto di essere qui, mio cugino di terza è il fottuto ambasciatore.”

Andreas valutò brevemente gli occhi spiritati dell’amico. Sarebbe stato confortante potersi illudere che le sue parole fossero dovute a un grado di ebbrezza già troppo elevato per l’orario, ma purtroppo era molto più probabile che William fosse ancora pericolosamente lucido.

Si tirò indietro i capelli biondi con un gesto nervoso, scoprendo di avere la fronte spiacevolmente sudata.

“Bevi lo champagne, mantieni l’atteggiamento di uno che abbia un palo nel culo, e tutto andrà bene” suggerì William protendendosi verso di lui e mettendogli un flute in mano.

“Sono anche quasi sicuro che tuo cugino di terza NON approverebbe…” commentò, ormai vinto. Bevve lo champagne cercando di darsi coraggio.

William sembrava perfettamente a proprio agio. Non che fosse una novità. Era un demonio a imbucarsi alle feste, fin dai tempi di Eton. Ma un ricevimento all’Ambasciata inglese a Berlino non era esattamente paragonabile a un afternon tea!! Eppure eccolo lì, con i capelli impomatati, neri e lucidi come giaietto, il frac che lo faceva apparire ancora più snello e irrequieto, come un giovane puledro ansioso di prendere a calci il mondo.

“Non mi piacciono le donne tedesche” stava osservando, la bocca atteggiata a una smorfia. Ne faceva parecchie di smorfie, William Cadogan, il suo volto era straordinariamente mobile. Ma sapeva anche apparire inespressivo, immobile, una maschera senza anima. Andreas non sapeva cosa fosse peggio.

“Quella non è male” si corresse poi, adocchiando una fanciulla intenta a discorrere con un ufficiale che indossava l’uniforme azzurra degli Ulani. Era bionda e esile, con guance naturalmente rosee e grandi occhi brillanti che la facevano apparire come una creatura fatata.

“Non fissarla così, attirerai l’attenzione” lo ammonì Andreas.

“E’esattamente quello che spero di fare” lo informò l’altro, sbuffando una risata.

La sua speranza venne esaudita immediatamente. Non solo la ragazza parve notarli, ma anche il suo accompagnatore, che fino ad allora aveva dato loro le spalle, si voltò a guardarli.

Fu con crescente angoscia da parte di Andreas che quest’ultimo prese commiato dalla ragazza per raggiungerli. Era giovane, poco più che un ragazzo, sebbene l’uniforme di gala e l’andamento fiero lo facessero apparire un uomo fatto. Sfoggiava i gradi di Sottotenente e i suoi capelli, alla luce dei lampadari, erano così chiari da sembrare bianchi.

Giunto davanti ai due gentiluomini chinò appena il capo. Nessuno dei due indossava l’uniforme, segno che non meritavano il saluto militare.

“Buonasera, signori” Il tono non tradiva acredine, nè cordialità. Era spiacevolmente atono, constatò Andres.”Sottotenente Manfred Von Richthofen del 1º Reggimento ‘Imperatore Alessandro III’. E voi siete?”

“Barone Andreas Werner, e questi è…”

“William Cadogan, Visconte Chelsea” intervenne William, rivolgendo all’ufficiale un sorriso affilato come un bisturi. Dava l’impressione di volerlo sezionare con gli occhi.

Von Richtofen non ne parve punto impressionato.

“Parente dell’Ambasciatore, immagino” puntualizzò. Parlava in un inglese solo un poco claudicante, dando evidentemente per scontato che l’altro non lo avrebbe compreso altrimenti. Di fatto era così.

“Stavate apprezzando le belezze locali, Visconte?” si informò, senza apparente intenzione.

“Invero sì” rispose William, prima che Andreas facesse in tempo a prevenirlo. “Il vostro paese cela insperati tesori. Oltre a quelli evidenti a tutti” aggiunse subito.

“I tesori preziosi vanno custoditi, protetti da sguardi indiscreti” assentì il Von Richthofen, allacciando le mani dietro la schiena e spingendo il petto in fuori. L’uniforme fasciava la figura slanciata facendolo apparire come un figurino su un libro illustrato.

“Purché si dia loro la possibilità di appagare la vista dei poveri mortali, di quando in quando” lo corresse William, con condiscendenza. “Nessun opera d’arte tra alcun vantaggio dal languire nel grembo buio e sterile di un dannato museo. La bellezza è fatta per essere goduta.”

Avrebbe potuto essere un’affermazione filosofica fine a se stessa, ma l’espressione dell’inglese si prestava a una gamma infinita di interpretazioni, alcune delle quali a dir poco scabrose. E tuttavia nulla che potesse dirsi apertamente offensivo.

“Un pensiero interessante, Visconte” concesse Von Richthofen, sciogliendo le mani da dietro la schiena. “Solo, fintanto che vi tratterrete nel mio paese – sottolineo quelle ultime parole con palese orgoglio – vi invito alla prudenza. Noi tedeschi non amiamo chi penetra nei nostri musei e ruba le nostre opere d’arte.”

Ciò detto prese commiato, con un rigido cenno del capo, e tornò alla sua dama.

“Odio quell’espressione, William Cadogan” mormorò Andreas Werner, gli occhi ancora fissi sulla schiena dritta del tedesco. “A qualsiasi cosa tu stia pensando cessa immediatamente.”

“Stavo pensando” lo interruppe l’altro, pienamente consapevole che conoscere il suo pensiero non era quello che l’amico richiedeva, “che potrebbe essere oltremodo eccitante approfondire la conoscenza con il Barone Von Richthofen.”

“Pensi di diventare suo amico?” lo canzonò l’altro, acido.

“No. Pensavo più a un duello all’ultimo sangue” rispose William con un sorriso e la stessa leggerezza con cui avrebbe potuto progettare una partita a tennis.

 

(Federica Soprani)

On the 8th day of Christmas

my true love sent to me:

8 Maids a Milking

7 Swans a Swimming

6 Geese a Laying

5 Golden Rings

4 Calling Birds

3 French Hens

2 Turtle Doves

and a Partridge in a Pear Tree

Twelve Days of Christmas: on the 7th day of Christmas

Twelve Days of Christmas: on the 7th day of Christmas

twelve7

Jericho Marmaduke Shelmardine & Lady Hornfield

Londra

1887

 

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Jericho Marmaduke Shelmardine registrò l’ingresso di quella simpatica sagoma di Lord Rathbone mentre scolava il terzo flute di champagne. Percepì anche la presenza di Lady Hornfield al proprio fianco, che a sua volta squadrava il Lord e coloro con i quali si accompagnava.

“Eccolo lì, uno degli individui più viscidi e disgustosi al mondo” sentenziò, sollevando il piccolo binocolo in madreperla, che da tempo non lasciava confinato alle serate all’opera, per osservare meglio l’oggetto della sua indagine.

“Credo che intrattenersi con un rospo di palude risulterebbe meno sgradevole che concedere un ballo a quell’omunculo. E l’infelice giovane bellezza che l’accompagna chi è? Aspetta un po’, non è la nipote povera del Duca di Hastings? Quella mezza tedesca cresciuta con l’Hastings un po’matto… Si è fatta una donna ormai, interessante che tenti la fortuna con Rathbone, forse ha ereditato un po’di buon senso dalla parte normale della famiglia…”

Jericho alzò lo sguardo al soffitto, con un sospiro.

Lady Hornfield era più affidabile di un gazzettino quando si trattava di sapere tutto di tutti, ma se qualche volta avesse evitato di esprimere giudizi sarebbe stato un tale sollievo.

“E guarda la figlia di Lovelace… ” La donna richiamò nuovamente la sua attenzione. “Bella è bella, di certo non ha preso dal vecchio August, anche se in gioventù, doveva essere davvero superbo! Non che ora non sia terribilmente affascinante… Però la figlia mi sembra, come dire…comune? Banale, ecco. Sfiorirà presto”

E tacque, aspettando un commentò da parte del Medium.

“Possibile…” le concesse lui, senza fare nulla per dissimulare la propria noia.

“La sua amica invece” continuò Lady Hornfield, proseguendo con la sua meticolosa immagine, “Lei sì che merita. Peccato che sia mezza francese” sospirò con disappunto.

“E quello che parla con loro sembrerebbe proprio il giovane Visconte di Chelsea…ma sarebbe davvero strano se Lord Cadogan avesse permesso al suo primogenito di frequentare la casa di un borghese… Eppure”

Jericho agguantò con grazia e velocità un altro flute di champagne da un vassoio di passaggio.

Lady Hornfield gli elargì un’occhiata eloquente.

“Se dovessi misurare il vostro stato di salute in base all’alcool che assumete, dovrei felicitarmi per le vostre condizioni, signor Shelmardine.”

Il medium sorrise, tirato. La verità era solo che sperava di bere abbastanza da potersi stordire il prima possibile, o non sarebbe riuscito a reggere quella serata. Se Lady Hornfield lo avesse visto in difficoltà, presumibilmente lo avrebbe caricato su una carrozza e rimandato a casa, e, con un po’di fortuna, non lo avrebbe seguito, permettendogli di riposare. Qualsiasi cosa sarebbe stata meglio di restare in quella sala piena di squali travestiti da farfalle. La puzza di morte era insopportabile…

“Vado a vedere il giardino d’inverno” annunciò, e senza aspettare risposta si diresse verso le alte porta a vetri che si aprivano sulla serra costruita nel cuore stesso della casa.

Aveva fatto le cose in grande, il vecchio August, non c’era che dire.

Per un po’Jericho si mosse attaverso il vasto ambiente, tra il fogliame delle piante e il mormorio delle fontane, a cui si mescolava il discreto tappeto sonoro dell’orchestra. Riconobbe molti volti noti, e la maggior parte di essi finse di non vederlo, di non riconoscerlo. Era più comodo così, più facile, si evitava l’imbarazzo, il disagio, da entrambe le parti. Altri gli lanciavano occhiate incuriosite, perfino timorose. Anche quello andava bene, li teneva lontani.

Jericho non sentiva il bisogno di contatto umano, non in quel momento, ne aveva avuto a sufficienza quel pomeriggio col Mago, e ne era stato consumato. La sua pelle ne portava ancora il marchio, sotto la camicia di seta nera, sotto la redingote blu notte, il marchio delle sue mani, della sua bocca, della carne che premeva sulla carne, come a volersi fondere in un’unica materia pulsante. Doveva a lui se era già ubriaco senza aver bevuto neppure tanto. Avrebbe dovuto ringraziare lui se quella notte la febbre lo avrebbe divorato. Ma ne sarebbe valsa comunque la pena, di questo era certo.

 

(Federica Soprani)

On the 7th day of Christmas

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Twelve Days of Christmas: on the 6th day of Christmas

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twelve6

Gerald Oakley Cadogan, secondogenito del Conte & Fabienne De Secondat, sua moglie

1896

Genova, Italia

 

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La lobby del Grand Hotel era piena di viaggiatori in arrivo e in partenza. La cabina del telefono era un bugigattolo con le pareti di vetro molato e conteneva a stento due persone.

“C’è la linea? Abbiamo la linea?” Gerald incombeva su Fabienne come un corvo affamato. Milady si rivolse all’operatrice in italiano. Gerald comprese solo due parole: Cadogan Hall.

“Che cosa dice?” L’uomo si sporgeva tanto, quasi volesse incollare l’orecchio alla cornetta anche lui.

Fabienne gli fece segno di tacere. Continuò a cinguettare in quella lingua impossibile e musicale che per Gerald poteva anche essere cinese. Anni di latino ad Oxford non l’avevano di certo preparato al dialetto genovese. Solo Fabienne, che parlava quattro lingue tra cui l’italiano, sembrava capire tutti in quel paese, dai pescatori ai direttori d’albergo.

“Dice che sta provando.”

“Ancora? Non funziona mai niente qui!” protestò Gerald “Odio questo paese, odio questa città, odio…”

“Eccolo. Mi hanno collegata!” attese “Signor Waldorf? Signor Waldorf, sono Lady Fabienne…” sorrise. Gerald notò come fosse un po’ stanca dalle piegoline sulla fronte rotonda.

“Signor Waldorf, chiamo da Genova. Devo parlare con il Conte. E’ urgente.”

Gerald non si contenne più: allungò la mano e strappò la cornetta dall’orecchio di sua moglie e abbaio l’ordine: “Waldorf, sono il Signor Cadogan, mi metta subito in comunicazione con mio padre. Si tratta del Visconte.” Silenzio  “Aspetterò. Confido nella vostra rapidità”

Si girò verso Fabienne e le chiese scusa con un bacio sulla fronte: “ Scusa, non volevo essere rude.”

“Non preoccuparti, mio caro.”

“Quanto ci mette? Quanto ci mette?” protestò Gerald  “Cadrà la linea con l’Inghilterra se non si sbriga!”

Aggrottò la fronte e si rivolse alla persona all’altro capo del telefono: “Che significa? E’ urgente.” Silenzio. Gerald guardò Fabienne, le fece cenno di uscire dalla cabina.

La donna uscì, richiuse la porta a soffietto e osservò l’ombra scomposta in tanti prismi che era suo marito agitarsi al di là del vetro. Sentiva la voce e stentava a riconoscerne il tono furibondo.

Osservò l’ombra del braccio agitarsi, la mano passare tra il nero-blu dei capelli. Il tono di voce diventava sempre più allarmante. Alcune teste si girarono verso l’inglese che aveva cominciato a inveire dentro la cabina del telefono. Fabienne abbassò lo sguardo sul tappeto.

Il colpo la fece sobbalzare. Ora una ragnatela di crepe si allargava dove il pugno di suo marito si era abbattuto.  Il Concierge, il Signor Milani, abbandonò la sua postazione e accorse al fianco di Madame: “Che succede?”

Fabienne guardò il vetro: “Sono mortificata, Signor Milani. Mettetelo sul conto del Signor Cadogan. Vi chiedo scusa. Brutte notizie da casa”

Il Concierge sollevò un sopracciglio e lesse una grande pena:  “Se posso esservi di aiuto, Signora…”

“Vi ringrazio”

Dalla cabina solo silenzio.

Fabienne osservò Milani allontanarsi. Poi allungò una mano e aprì il soffietto. La mano tremava.

Non era preparata a quello che vide. Vide Gerald piangere in silenzio. La cornetta stretta al petto. Fu sul punto di richiudere la porta e allontanarsi. Voleva conservare la dignità di suo marito.

Non chiese cosa avesse detto il Conte. Sapeva che il Conte non aveva risposto. Che non si erano parlati. Sapeva cosa aveva detto il Maggiordomo: “Il Conte non intende parlare del Visconte o col Visconte.”

Si limitò a passare un braccio sottile intorno alle spalle del marito: “Non serve. Torniamo a San Terenzo. Non sprechiamo il poco tempo che ci resta. Sei tu la sua famiglia. Siamo noi. Torniamo da Henry e rimaniamo con lui fino alla fine”.

 

(Vittoria Corella)

 

On the6th day of Christmas

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Twelve Days of Christmas: on the 5th day of Christmas

Twelve Days of Christmas: on the 5th day of Christmas

twelve5August Lovelace, Signore dell’East End & Aaron Weatherly, il suo contabile

1887

Londra

 

5

“E quindi, Mister Wilson, spero abbiate compreso che nella mia reticenza non c’è nulla di personale. E’una questione di principio”

August Lovelace, terminata la sua tirata, si appoggiò allo schienale imbottito della sedia che occupava abitualmente da anni, al proprio tavolo nella grande sala da pranzo dell’East India Club.

Mister Wilson, ricco commerciante di Bournemouth, si vantava di essere fornitore quasi esclusivo di finimenti per l’esercito britannico, amico del segretario personale di Lord Robert Arthur Talbot Gascoyne-Cecil, marchese di Salisbury, Primo Ministro, e di una lunga sfilza di eccellentissimi generali, colonnelli, capitani e via dicendo, fino a sottoufficiali indegni di essere menzionati.

“Io comprendo, Mister Lovelace” lo rassicurò l’uomo, tormentando con crudeltà inaudita il ricco risvolto del proprio cappello, che continuava a rigirarsi tra le dita grassocce come se fosse lì lì per strapparlo da un momento all’altro.

“Tuttavia, trattandosi di un favore unico, ecco, speravo che poteste eventualmente tendermi una mano…proprio perché non si tratta di una cosa personale, ecco… non vi disturberei mai per una cosa personale…”

“E fareste male, Mister Wilson” lo interruppe Lovelace, versandosi da bere. Un cameriere in livrea scattò per fermarlo, ma non fece in tempo e si ritirò alle sue spalle, guardandosi intorno circospetto e augurandosi che il maitre non lo avesse visto.

August Lovelace sollevò il bicchiere di vino, osservando per un momento rapito il liquido di un rosso così intenso e scuro da sembrare nero ondeggiare nella sua prigione di vetro.

Quindi lo avvicinò al viso, assaporando il bouquet corposo e aromatico, prima di bere.

Quando posò il bicchiere le sue labbra, già naturalmente vermiglie, apparivano ancora più scure.

“Io credo molto nelle relazioni personali, soprattutto tra chi si conosce da molto tempo, come nel nostro caso. Io sono venuto al matrimonio di vostra figlia Margareth, e al battesimo del suo primogenito, ricordate? Come sta il piccino, a proposito?” s’informò sollecito.

“B-bene, grazie…” balbettò l’ometto, sempre più sulle spine.

Lovelace, perfettamente a suo agio, intrecciò le lunghe dita nervose sul filetto che andava navigando nel suo stesso sangue nel piatto davanti a lui.

“Insomma, Mister Wilson, io mi sono comportato da amico… vi ho sempre trattato con rispetto… e ora che avete bisogno di me, prendete le distanze, e non vi comportate voi da amico, non mi trattate con rispetto a vostra volta… non va bene”

Mister Wilson, ricco commerciante di Bournemouth e amico del segretario del Primo Ministro, sembrava prossimo alle lacrime.

Ma August Lovelace sorrise, magnifico.

“Su, su, Mister Wilson, facciamo così… Vi aiuterò, proprio perché siete voi, e per Margareth e il piccolo. Un giorno, e non arrivi mai quel giorno, vi chiederò di ricambiarmi il servizio, fino ad allora consideratelo un regalo per le prossime nozze di mia figlia” concluse, strizzandogli l’occhio.

“Oh, la signorina Lovelace si sposa?” domandò Mister Wilson, ancora incredulo davanti a tanta fortuna.

“Molto presto, Mister Wilson, molto presto” ammiccò gioviale Lovelace, mentre l’altro gli prendeva la mano, incerto se baciargliela o stringerla. Optò per la seconda scelta, anche se dal modo in cui si ritirava, inchinandosi a profusione, la sua totale dedizione risultava comunque palese.

Rimasto finalmente solo col suo filetto Lovelace sospirò.

Poi sembrò ricordare di non essere solo e rivolse lo sguardo verso Aaron Weatherly, il suo contabile.

“Mai dire a una persona estranea alla famiglia quello che hai nella testa” sentenziò, riprendendo in mano le posate e tagliandosi un boccone di carne sanguinolenta.

Il Contabile fece segno di ‘sì’ col capo, le labbra strette in una smorfia che non era un sorriso, non ci assomigliava affatto.

Dopo anni ancora non capiva come facesse la gente a presentarsi così, semplicemente, al tavolo del signor Lovelace, dimenticando apparentemente di trovarsi in un ristorante gremito, dove chiunque poteva assistere alla conversazione, all’umiliazione che, il più delle volte, ne seguiva. Dove tutti sapevano che i due brutti ceffi appostati dietro la porta finestra e l’altro brutto ceffo che stazionava accanto all’ingresso erano guardie del corpo del suo datore di lavoro

“Questo incarico diamolo a Miranda, voglio gente affidabile, qualcuno che non si faccia prendere la mano. Noi non siamo assassini, anche se quel beccamorto ne sembra convinto” stava dicendo intanto Lovelace, rivolto a nessuno in particolare, o, presumibilmente, ad Aaron, visto che non c’erano altri seduti al tavolo. Aveva parlato con naturalezza, come se stesse commentando la tenerezza della carne, o il suo sapore.

Il Contabile fece ancora di ‘sì’ con la testa, e poi riprese a raschiare col cucchiaino la superficie del suo gelato, con gli occhi bassi, come un bravo studente diligente, cercando di ignorare il sangue che macchiava le labbra del suo datore di lavoro.

 

(Federica Soprani)

On the 5th day of Christmas

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Twelve Days of Christmas: on the 4th day of Christmas

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twelve4

Percyval Swan & il misterioso Signor Ripps

Londra

1887

 

4

Percyval Swan emerse di slancio del muro d’acqua gelida, guadagnando l’ingresso relativamente  riparato della Gazette. Rabbrividì, lanciando uno sguardo colmo di biasimo alla pioggia che cadeva talmente fitta da creare una cortina impenetrabile. La primavera non poteva sembrare più distante.

Una pozzanghera si stava già allargando sotto i suoi piedi, ma presto avrebbe potuto liberarsi del cappotto fradicio, asciugarsi i capelli con una spugna morbida e godere del tepore confortante del proprio ufficio. Il pensiero del vecchio bollitore ammaccato che borbottava perennemente sulla stufa gli strappò un sospiro. Ma mentre si voltava per lasciarsi alle spalle quelle condizioni atmosferiche inclementi, colse con la coda dell’occhio una figura nota, dall’altra parte della strada. Dovette strizzare gli occhi, per liberarli delle gocce di pioggia rimaste impigliate tra le ciglia bionde, e perché gli occhiali sottili al momento erano talmente appannati da costituire un impedimento più che un vantaggio. Non si era sbagliato, era proprio il signor Ripps. D’istinto alzò la mano in segno di saluto, domandandosi solo in un secondo momento cosa spingesse l’amico nonché presumibile spasimante di sua sorella Catherine a sostare in quel modo sotto il diluvio. Se si fosse recato alla Gazette per fare visita a Catherine avrebbe potuto cercare riparo nell’ingresso, o salire direttamente al secondo piano, negli uffici della redazione. E invece… Era da pazzi starsene là fuori. La figura dell’uomo si stagliava in modo drammatico, come una statua di sale dimenticata, lasciata a sciogliersi sul marciapiede deserto.

“Signor Ripps!” chiamò Percy, gridando per superare lo scrosciare della pioggia. Strizzò ancora gli occhi chiari, per mettere a fuoco il volto dell’uomo. Stava forse male? Perché rimaneva così immobile? L’acqua gli ruscellava addosso, impregnando il suo cappotto, rendendolo pesante come quello di un annegato. I capelli lunghi aderivano al capo come alghe brune.

“Signor Ripps!” ripetè Percy, a voce più alta, accompagnando quel richiamo con un ampio gesto di saluto. Da quella distanza non poteva distinguere chiaramente l’espressione di Ripps, eppure aveva la sgradevole sensazione che i suoi occhi fossero aperti, fissi, come quelli di certe bambole nei negozi di Hudson Street, pezzi di vetro che della pioggia avevano lo stesso colore. Il pensiero di quegli occhi fissi lo inquietava, e non era la prima volta. Strano uomo quel Ripps, lo aveva pensato fin da subito, ma era così raro trovare qualcuno che andasse a genio a Catherine che non era il caso di fare troppo i difficili. Già… Un potente starnuto lo scosse, costringendolo a flettere la figura allampanata in avanti. Quando si raddrizzò cercò con gli occhi la figura dall’altro lato della strada, invano. Del signor Ripps non c’era traccia.

(Federica Soprani)

 

On the 4th day of Christmas

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