Twelve Days of Christmas: 9

Twelve Days of Christmas: 9

Maurice Langdon Seymour, Lord Cancelliere dell’Impero & Lady Gwen Coventry, sua moglie

Victorian Solstice (Vedere episodio 2)
Langdon Manor, Natale 1889

gwen
Il grande albero di Natale era cresciuto nell’arco di una singola, magica notte, nel salone delle feste di Langdon Manor. Qualcuno – il signor Fletcher, Gwen ne era certa – aveva deposto un minuscolo seme al centro del pavimento di marmo bianco di Carrara e marmo rosa del Portogallo e nel silenzio e nel buio l’incanto si era compiuto.
“Ti piace piccola Gwen?”
La voce di Maurice risuona come un rintocco di bronzo nella sala troppo grande, un’eco metallica che rimbomba fino al soffitto coperto di affreschi e stucchi e angeli dalle ali d’oro che sembrano sul punto di staccarsi dal paradiso e scendere in picchiata.
Un attimo dopo le mani di suo marito le si posano sulle spalle. Gwen sospira. Il puntale dell’albero è una lama affilata conficcata nel cuore del paradiso. Da laggiù le sembra di vedere l’azzurro sanguinare. O forse è uno degli angeli ad agonizzare trafitto da quel raggio di stella.
Maurice le posa un bacio tra i capelli e Gwen sente gocce di sangue precipitarle sul capo come una corona di rubini.

(Federica Soprani)

On the fifth day of Christmas
my true love sent to me:
5 Golden Rings
4 Calling Birds
3 French Hens
2 Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree

Twelve Days of Christmas: 8

Twelve Days of Christmas: 8

William Gerald Cadogan, Tenente dei Flying Corps & Virginie Safire, agente segreto impiegato dalla ‘Buona Morte’ del Conte di Cadogan

Edwardian Solstice
Ypres, Belgio – 1915

william

“Il est un prêtre pour vous”
Perfino la dolcezza del francese svanisce nella bocca del soldato tedesco. Sembra che quella gente non sappia pronunciare nemmeno una parola senza conferirle un’asprezza che non ha ragione d’essere. Ma il fatto che si sforzi di parlare in una lingua che il prigioniero possa comprendere è apprezzabile. Quest’ultimo solleva appena il capo. Sostiene con la mano la fronte fasciata, come se quel semplice gesto gli costasse fatica. Sotto la frangia corvina che gli ricade sul volto gli occhi lucidi di febbre sembrano frammenti di giada sotto il pelo dell’acqua.
Il prete entra, con passo marziale, come ci si aspetta da un prete soldato tra i soldati. È straordinariamente giovane, ma da quando il mondo è impazzito la gioventù non è più un alibi per nessuno, tantomeno per Dio. Ma la sua giovinezza è il meno. Per un attimo, gli occhi del prigioniero si dilatano per metterlo a fuoco. Non ha mai visto un prete così bello. Comprensibile che lussuria e perversione siano così diffuse tra i papisti! Come si fa non essere tratti in tentazione da creature simili?
“Come ti senti figliolo?”
Il prete-bello parla un francese perfetto. Le parole sbocciano come fiori dalle labbra velate da un accenno di baffi biondi che non ne celano del tutto il turgore roseo.
Il prigioniero stringe le labbra. Quando risponde la voce gli esce dalla gola come un gemito appena udibile.
“Bene. Grazie per essere venuto, padre.” Buffo chiamare ‘padre’ una creatura del genere. Lo indovina esile sotto la tonaca, al di sopra della quale indossa un informe cappotto militare con le insegne del suo servizio.
Il soldato di guardia viene invitato ad andarsene da un’occhiata perentoria del cappellano. La sua presenza non è solo superflua, ma inopportuna. Dopotutto il prigioniero francese ha diritto di confessare i propri peccati, prima di incontrare il proprio destino.
Lascia che il prete si sieda accanto a lui e lascia la cella, chiudendo la porta alle proprie spalle.
Ed eccoli soli, seduti sulla paglia sporca, il capo d’oro del sacerdote accanto a quello bruno e impolverato del pilota catturato.
“Siete pronto per raccogliere i miei peccati, padre?” domanda quest’ultimo in un sussurro. Possibile che, sotto l’odore acre del sudore e della polvere da sparo, la pelle del prete profumi di fiori? Non era la pelle degli angeli a profumare di paradiso?
“Non ho bisogno di ascoltare i tuoi peccati, figliolo. Li conosco già tutti”
La risposta sorprende il prigioniero al punto che non si accorge neppure che è stata formulata in inglese. La sua vera lingua.
“E dunque perché siete qui, se non per preparami alla morte?” bisbiglia, ancora in francese, perché ancora non sente di potersi fidare di quella strana creatura che sembra rubata a un libro sulle fate.
Le labbra del prete si socchiudono svelando un sorriso di perla.
“Oh, la morte è spesso sopravvalutata, Milord. Sono qui per farvi resuscitare, piuttosto. Siete pronto a un miracolo?”
William Gerald Cadogan, futuro settimo Conte Cadogan e futuro Marchese De Secondat, non risponde nemmeno. Almeno su una cosa lui e il ‘prete’ sono d’accordo. La morte è spesso sopravvalutata.

 

(Federica Soprani)

On the fourth day of Christmas
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4 Calling Birds
3 French Hens
2 Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree

 

Twelve Days of Christmas: 7

Twelve Days of Christmas: 7

Colonnello Lance Fitzroy del King’s Royal Rifle Corps, 2ndo Battaglione & John Preston Sandhurst, Tenente presso lo stesso reggimento in India.

Victorian Solstice

Lahore, British India (Raj Britannico) – 1880

willem

Mani nere dispongono piatti di porcellana, tazze da tè, forchette e coltelli d’argento. Dove sono i guanti? Fitzroy insiste perché il personale indigeno indossi i guanti. Hanno una pelle che non va bene – si dice – ha un brutto colore, sembrano sempre sporchi. E lo sono! Lo sono! Come osa costui toccare il mio piatto, il mio bicchiere senza guanti ?!
“Tu, dove hai messo i guanti?” Fitzroy vorrebbe prenderlo per un polso, per il bavero, ma adetesterebbe doverlo fare. Tra Fitzroy e ‘quelli’ ci devono  sempre essere 30 centimentri di distanza: la misura del suo scudiscio. Non lo guarda – gli indiani sono tutti uguali. Brutti, pelle marrone, pelle sporca, lurida. Bruttissimi.
“Non ho guanti” risponde il cameriere.
“Tutti i camerieri hanno i guanti. Dove hai messo i tuoi? Li hai perduti? Li hai VENDUTI?” Fitzroy sfila lo scudiscio dai suoi stivali alti.
“Mai avuto guanti da cameriere”
Sahib, doveva dire Sahib! Gli insegneremo un po’ di educazione, a questo sporco muso nero. Gli spiegheremo bene come ci si comporta nel Club degli Ufficiali di Lahore. Fitzroy si alza: “Devi chiamarmi ‘Signore’ quando ti rivolgi a me”.
Solleva il braccio e sferra un colpo contro il cameriere. Il muso nero non arretra, al secondo colpo si fa avanti e gli blocca un braccio. Poi il braccio glielo afferra e glielo piega dietro la schiena. Ha una presa d’acciaio.
“Incline all’ira.” Commenta il cameriere “Non bene in un paese con l’80% di umidità e quarantanove gradi d’estate. Potrebbe venirvi un collasso, Colonnello. Respirate. Calmatevi. Lasciate che le cose scorrano.”
Fitzroy lo guarda in faccia, spalanca la bocca: “Ma come diavolo siete combinato, Sandhurst?”
“Spionaggio” spiega il Tenente inglese. Gli prende il fazzoletto dalla tavola e si deterge la fronte. Da marrone scuro, quel pezzetto di pelle diventa rosa.
“Ho ingannato voi, ma voi non contate. Voi non guardate gli indiani, dovrò provare il travestimento su qualcun altro. Qualcuno più attento.”
“E’ una pagliacciata, Tenente”
“No. E’ la guerra.”

(Vittoria Corella)

On the fourth day of Christmas
my true love sent to me:
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Twelve Days of Christmas: 6

Twelve Days of Christmas: 6

Valentina Casanova, assistente del Mago Safire & Briar Krane, Impresario del Drury Lane Theatre

Victorian Solstice
Drury Lane theatre, camerini – 1887

“È permesso?”
Briar Krane atteggia le labbra a un sorriso da manuale mentre apre la porta del camerino senza attendere risposta. Ha imparato molto tempo fa che i sorrisi sono come chiavi, capaci di aprire molte serrature. Sono anche veleno e pugnali, schegge acuminate che affondano nella carne in ferite spesso letali. Pericolosi i sorrisi, un’arte raffinata e preziosa che è meglio saper padroneggiare per sopravvivere in certi ambienti. Londra è un campo di battaglia che richiede armi adeguate per essere calcato. Una jungla impervia e misteriosa nella quale non è raro imbattersi in fiere splendide e letali, come la fanciulla che ora lo guarda nella grande specchiera del mobile da toeletta.
“Sono inopportuno, Mademoiselle Casanova?” domanda, ma non vi è traccia di dubbio nel suo tono, non vi è alcuna, effettiva scusa. Briar Krane non può essere inopportuno nel proprio teatro.
La bocca di Valentina Casanova è un enigma sul quale dozzine di esimi studiosi spenderebbero ben volentieri sforzi e intelletto. La linea di quelle labbra potrebbe riscrivere la storia di tutte le storie. L’arco di Cupido saprebbe scoccare più di una freccia mortale, e di certo lo ha fatto, più di una volta. Si potrebbero scrivere sonetti su una bocca come quella, ma Briar è più uomo di mondo che poeta, e conosce abbastanza le donne per intuire che di tutti quei voli pindarici e quelle svenevolezze da cicisbei Valentina Casanova non saprebbe che farsene.
La ragazza che lo fissa nella cornice dello specchio, aureolata da un volo di cherubini paffuti e serti di rose e foglie d’oro, è il sogno proibito di una bambola francese, una cortigiana nel senso più arcaico e onesto del termine. Del resto gli antichi sapevano chiamare le cose col loro nome e ‘puttana’ non era necessariamente in insulto…
“Champagne?” domanda, per nulla scoraggiato dal silenzio che preme dietro le labbra arricciate della bambola. E finalmente il broncio di zucchero si scioglie in una smorfia golosa e compiaciuta e gli occhi dalle lunghe ciglia valutano il giovane impresario con nuovo interesse.
La bottiglia di Pommery appare come per magia. Del resto anche Briar ha i suoi trucchi, anche se meno entusiasmanti e spettacolari di quelli del grande Safire!
Mentre riempie due calici avverte lo sguardo di Valentina soppesarlo. Forse sta solo studiando in quale punto sia più efficace affondare le zanne. Lui non pare farci caso. Mai mostrare a una creatura simile la propria paura.
“Il camerino è di vostro gusto, Mademoiselle? C’è qualcosa che è in nostro potere fare e che non è ancora stato fatto per rendere il vostro soggiorno qui piacevole?” s’informa premuroso. Solleva il calice nella sua direzione in un muto brindisi. Ma l’impresario del Drury non si muove per accertarsi che gli artisti non abbiano rimostranze. Altri sono deputati a quello scopo. L’impresario del Drury è un padrone di casa sollecito e magnifico, ma non è un tirapiedi. Valentina lo sa, e le parole che pronuncia da dietro l’orlo scintillante del calice lo dimostrano.
“Non siete qui per sgridarmi, Signor Krane?” Non è una domanda. Sono le fusa di un gatto, il dipanarsi vellutato delle spire di un serpente. Valentina Casanova è contrita come una bambina che si informa riguardo la propria punizione dopo aver strappato le ali a un cardellino, ferma nella propria certezza di non aver fatto alcun male.
“Ma no, che dite, Mademoiselle?” Briar ride come polvere di diamanti, ma nei suoi occhi c’è un brillio duro e freddo che non sfugge alla sua ospite.
“Non era mia intenzione pungere Miss Fallon – pronuncia quel nome come se bestemmiasse – con lo spillone. Non mi ero nemmeno accorta che fosse dietro di me mentre sistemavo il cappello.”
È una pessima bugiarda, o forse, semplicemente, non si sente in dovere di sforzarsi a mentire. Sa di essere intoccabile, in quanto assistente del Mago più acclamato del momento. Sa che tutto le è concesso, o quasi. Eppure Briar Krane è nel suo camerino, e nonostante l’aria scanzonata da perenne ragazzo, nei suoi occhi verdi si agitano tacite e oscure minacce.
“Ne sono certo, Mademoiselle, come sono certo che non si ripeterà più una simile circostanza.”
Lei non annuisce, ma arriccia le labbra come se stesse mandando un bacio. Briar Krane può aver sbagliato di poco a inquadrarla, ma anche lei ha una mezza idea di cosa sarebbe capace di fare l’impresario. Quando ti muovi nella jungla è meglio sapere sempre chi puoi trovarti davanti.

(Federica Soprani)

On the third day of Christmas
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Twelve Days of Christmas: 5

Twelve Days of Christmas: 5

Vincent Bell, ‘recluso speciale della Corona’ & Mr Nobody, Agente della Buona Morte assegnato alla sua protezione da Vittoria in persona.

Victorian Solstice
Waterhouse Hall, 1855

Quando lo vede sa che è finita. Per lui, è finita. Sa che il ragazzo può infilargli una mano in petto e levargli il cuore come si solleva una ninfea da un lago freddo, senza versare una singola stilla di sangue. Non è di questa terra – è un pensiero che lo attraversa veloce come la coltellata di un sicario e, oh, i sicari sono così rapidi, lui lo sa bene. Il ragazzo sa cos’è veramente? Si rende conto? “Sai chi sei?” gli ha parlato prima ancora di accorgersene. Che domanda sciocca. Eppure il ragazzo lo guarda, occhi diversi come certi gatti, stesse movenze. L’uomo gli sospetta anche stessi artigli. E zanne. “Tutti si sono preoccupati di non informarmi. Lo so in negativo. Per esclusione, diciamo. Tu piuttosto sai chi sei?”
”Io sono il signor…”
“Schiavo” conclude il ragazzo. Capelli biondi come scolpiti nelle dorature di un fregio veneziano. “Schiavo, servo, cane, lacchè, leccapiedi, leccaculo…che altro?” il ragazzo lo guarda.
Mai vista una creatura del genere, pensa l’uomo. Ti guarda fissa come una mantide, è bello come una statua, non ti sazieresti mai di studiare la curva delle sue labbra, l’angolo acuto di quegli zigomi perfetti.
“Nessuno, tu sei nessuno.” E prima che lo possano fermare, gli ha sottratto il bastone da passeggio. Ora mi colpirà – pensa l’Uomo Nessuno. Il ragazzo soppesa l’impugnatura d’argento, poi afferra il legno con due mani e sfonda la finestra Tudor, istoriata di rose bianche e rosse.
Due household guards gli saltano addosso. Il ragazzo si divincola, con una mano si aggrappa al bordo frastagliato e tagliente della finestra. L’uomo-nessuno è veloce ad afferrargli il polso prima che si amputi quattro dita su vetri antichi di secoli.
“Sang real, sia mai che vada sprecato” sorride il ragazzo.
“Vincent, dovremo rivedere molte cose, tu ed io, riguardo la tua educazione” risponde Nobody
“Uh, non vedo l’ora. Non vedo l’ora” risponde Re Belial.

(Vittoria Corella)

On the third day of Christmas
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