Diario di pensieri persi

Victorian Vigilante – Le infernali Macchine del Dottor Morse (Vol. I)

Il sociologo statunitense Lewis Mumford riteneva che la falla principale relativa al processo tecnologico sia costituita da un’esasperante ricerca della biologizzazione della macchina: “Si è raggiunto un punto tale nel progresso della tecnologia che il fattore organico ha cominciato a dominare la macchina (…) ci siamo volti a complicare la meccanica al fine di renderla più organica” (Mumford 1934).

Victorian Vigilante 1Nella nebbiosa e gotica Londra vittoriana, raffigurata da Federica Soprani e Vittoria Corella, la coesione tra la biologia e la meccanica ovvero “il dominio del nato – tutto ciò che è natura – e il dominio del prodotto – tutto ciò che è prodotto dall’uomo” (Kelly 1994) non rappresenta l’insulsa teoria di qualche folle scienziato, bensì è una realtà tangibile. All’interno della città, infatti, due contrapposte scuole di pensiero scientifico sono alla ricerca di un modello che amalgami alla perfezione l’uomo e la macchina: i Maniscalchi, seguaci dell’Ergomeccatronica, sfruttano esoscheletri potenziati per migliorare le abilità di lavoratori e soldati, mentre i Senza Dio creatori della Meccagenetronica hanno sviluppato alcuni temibili prototipi ibridi, metà umani e metà automi. A causa di queste visioni antitetiche, nel bel mezzo delle strade di Londra s’innesca un violento e brutale conflitto tra l’imperscrutabile vigilante mascherato Spettro di Nebbia, il Sergente Malachy Murphy, e la sanguinaria Baba Yaga, una donna meccanica alle dipendenze del Dottor Anton Morse, geniale fautore della Meccagenetronica. Nello scontro verranno coinvolti anche il giovane tagliatore di diamanti Mordecai Gerolamus, perseguitato da invisibili e inquietanti demoni, la giornalista Catherine “Orlando” Swan e suo fratello Percy.

Victorian Vigilante presenta un universo all’insegna del genere steampunk, che vive però di ricombinazione. L’approccio delle due autrici verso la suddetta tipologia letteraria è suggestivo: fa il suo esordio con la descrizione di ambientazioni surreali, sontuose e decadenti, caratterizzate da un’estetica singolare, ed è alla continua ricerca – ben riuscita – di uno stile linguistico distinto ed elegante, mai artificioso, che ha il pregio di sostenere il ritmo narrativo. Una mescolanza coesa e raffinata di immagini vivide e di parole, da cui si dipanano i fili di una narrazione perfettamente inserita all’interno di una cornice socio culturale, dove prevale una realtà rappresentata da un Ottocento vittoriano già informatizzato e altamente evoluto.

L’originalità dell’opera risiede nel non inseguire la malinconia insita nella categoria, cagionata dalla consapevolezza della necessità di un ritorno a un passato privo di quegli estenuanti ritmi produttivi imposti dallo sviluppo tecnologico, bensì traccia e definisce una struttura propria, in cui domina lo scorrere della trama a prescindere dal genere letterario d’appartenenza. Il rimpianto verso un’epoca in cui l’idea del progresso si associava quasi sempre all’utopia del benessere collettivo ristagna probabilmente nel personaggio del tenente Malachy, ma è solo un accenno residuo, presto dissipato dall’entrata in scena di altre figure come Catherine, la giornalista, con la sua disarmante curiosità e il desiderio irrefrenabile di risolvere i misteri. Di certo dello steampunk ne viene celebrata e consolidata l’anima. Essere capaci di immaginare il passato attraverso la percezione tecnologica del presente. Un mondo nel quale i macchinari siano composti da esoterici ingranaggi a rotelle; congegni sorprendenti dalle incantevoli spire in ferro battuto e inserti in mogano riportano il lettore verso un periodo in cui le macchine costituivano un’appendice dell’uomo ed erano costruite e sviluppate dallo stesso.

“La tecnologia del vapore è la linea di demarcazione tra il nerd e lo scienziato pazzo; le macchine steampunk sono reali: parti del mondo che respirano, tossiscono, si dibattono e rimbombano. Non sono gli eterei spiritelli intellettuali della matematica algoritmica ma la massiccia materializzazione di muscoli e mente, la progenie del sudore, del sangue, delle lacrime e delle illusioni. La tecnologia dello steampunk è naturale: si muove, vive, invecchia, muore persino.” Del Catastrophone Orchestra and Arts Collective (New York)