da jonas | Dic 27, 2014 | Schegge
Valentina Casanova, assistente del Mago Safire & Briar Krane, Impresario del Drury Lane Theatre
Victorian Solstice
Drury Lane theatre, camerini – 1887

“È permesso?”
Briar Krane atteggia le labbra a un sorriso da manuale mentre apre la porta del camerino senza attendere risposta. Ha imparato molto tempo fa che i sorrisi sono come chiavi, capaci di aprire molte serrature. Sono anche veleno e pugnali, schegge acuminate che affondano nella carne in ferite spesso letali. Pericolosi i sorrisi, un’arte raffinata e preziosa che è meglio saper padroneggiare per sopravvivere in certi ambienti. Londra è un campo di battaglia che richiede armi adeguate per essere calcato. Una jungla impervia e misteriosa nella quale non è raro imbattersi in fiere splendide e letali, come la fanciulla che ora lo guarda nella grande specchiera del mobile da toeletta.
“Sono inopportuno, Mademoiselle Casanova?” domanda, ma non vi è traccia di dubbio nel suo tono, non vi è alcuna, effettiva scusa. Briar Krane non può essere inopportuno nel proprio teatro.
La bocca di Valentina Casanova è un enigma sul quale dozzine di esimi studiosi spenderebbero ben volentieri sforzi e intelletto. La linea di quelle labbra potrebbe riscrivere la storia di tutte le storie. L’arco di Cupido saprebbe scoccare più di una freccia mortale, e di certo lo ha fatto, più di una volta. Si potrebbero scrivere sonetti su una bocca come quella, ma Briar è più uomo di mondo che poeta, e conosce abbastanza le donne per intuire che di tutti quei voli pindarici e quelle svenevolezze da cicisbei Valentina Casanova non saprebbe che farsene.
La ragazza che lo fissa nella cornice dello specchio, aureolata da un volo di cherubini paffuti e serti di rose e foglie d’oro, è il sogno proibito di una bambola francese, una cortigiana nel senso più arcaico e onesto del termine. Del resto gli antichi sapevano chiamare le cose col loro nome e ‘puttana’ non era necessariamente in insulto…
“Champagne?” domanda, per nulla scoraggiato dal silenzio che preme dietro le labbra arricciate della bambola. E finalmente il broncio di zucchero si scioglie in una smorfia golosa e compiaciuta e gli occhi dalle lunghe ciglia valutano il giovane impresario con nuovo interesse.
La bottiglia di Pommery appare come per magia. Del resto anche Briar ha i suoi trucchi, anche se meno entusiasmanti e spettacolari di quelli del grande Safire!
Mentre riempie due calici avverte lo sguardo di Valentina soppesarlo. Forse sta solo studiando in quale punto sia più efficace affondare le zanne. Lui non pare farci caso. Mai mostrare a una creatura simile la propria paura.
“Il camerino è di vostro gusto, Mademoiselle? C’è qualcosa che è in nostro potere fare e che non è ancora stato fatto per rendere il vostro soggiorno qui piacevole?” s’informa premuroso. Solleva il calice nella sua direzione in un muto brindisi. Ma l’impresario del Drury non si muove per accertarsi che gli artisti non abbiano rimostranze. Altri sono deputati a quello scopo. L’impresario del Drury è un padrone di casa sollecito e magnifico, ma non è un tirapiedi. Valentina lo sa, e le parole che pronuncia da dietro l’orlo scintillante del calice lo dimostrano.
“Non siete qui per sgridarmi, Signor Krane?” Non è una domanda. Sono le fusa di un gatto, il dipanarsi vellutato delle spire di un serpente. Valentina Casanova è contrita come una bambina che si informa riguardo la propria punizione dopo aver strappato le ali a un cardellino, ferma nella propria certezza di non aver fatto alcun male.
“Ma no, che dite, Mademoiselle?” Briar ride come polvere di diamanti, ma nei suoi occhi c’è un brillio duro e freddo che non sfugge alla sua ospite.
“Non era mia intenzione pungere Miss Fallon – pronuncia quel nome come se bestemmiasse – con lo spillone. Non mi ero nemmeno accorta che fosse dietro di me mentre sistemavo il cappello.”
È una pessima bugiarda, o forse, semplicemente, non si sente in dovere di sforzarsi a mentire. Sa di essere intoccabile, in quanto assistente del Mago più acclamato del momento. Sa che tutto le è concesso, o quasi. Eppure Briar Krane è nel suo camerino, e nonostante l’aria scanzonata da perenne ragazzo, nei suoi occhi verdi si agitano tacite e oscure minacce.
“Ne sono certo, Mademoiselle, come sono certo che non si ripeterà più una simile circostanza.”
Lei non annuisce, ma arriccia le labbra come se stesse mandando un bacio. Briar Krane può aver sbagliato di poco a inquadrarla, ma anche lei ha una mezza idea di cosa sarebbe capace di fare l’impresario. Quando ti muovi nella jungla è meglio sapere sempre chi puoi trovarti davanti.
(Federica Soprani)
On the third day of Christmas
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da jonas | Dic 27, 2014 | Schegge
Vincent Bell, ‘recluso speciale della Corona’ & Mr Nobody, Agente della Buona Morte assegnato alla sua protezione da Vittoria in persona.
Victorian Solstice
Waterhouse Hall, 1855

Quando lo vede sa che è finita. Per lui, è finita. Sa che il ragazzo può infilargli una mano in petto e levargli il cuore come si solleva una ninfea da un lago freddo, senza versare una singola stilla di sangue. Non è di questa terra – è un pensiero che lo attraversa veloce come la coltellata di un sicario e, oh, i sicari sono così rapidi, lui lo sa bene. Il ragazzo sa cos’è veramente? Si rende conto? “Sai chi sei?” gli ha parlato prima ancora di accorgersene. Che domanda sciocca. Eppure il ragazzo lo guarda, occhi diversi come certi gatti, stesse movenze. L’uomo gli sospetta anche stessi artigli. E zanne. “Tutti si sono preoccupati di non informarmi. Lo so in negativo. Per esclusione, diciamo. Tu piuttosto sai chi sei?”
”Io sono il signor…”
“Schiavo” conclude il ragazzo. Capelli biondi come scolpiti nelle dorature di un fregio veneziano. “Schiavo, servo, cane, lacchè, leccapiedi, leccaculo…che altro?” il ragazzo lo guarda.
Mai vista una creatura del genere, pensa l’uomo. Ti guarda fissa come una mantide, è bello come una statua, non ti sazieresti mai di studiare la curva delle sue labbra, l’angolo acuto di quegli zigomi perfetti.
“Nessuno, tu sei nessuno.” E prima che lo possano fermare, gli ha sottratto il bastone da passeggio. Ora mi colpirà – pensa l’Uomo Nessuno. Il ragazzo soppesa l’impugnatura d’argento, poi afferra il legno con due mani e sfonda la finestra Tudor, istoriata di rose bianche e rosse.
Due household guards gli saltano addosso. Il ragazzo si divincola, con una mano si aggrappa al bordo frastagliato e tagliente della finestra. L’uomo-nessuno è veloce ad afferrargli il polso prima che si amputi quattro dita su vetri antichi di secoli.
“Sang real, sia mai che vada sprecato” sorride il ragazzo.
“Vincent, dovremo rivedere molte cose, tu ed io, riguardo la tua educazione” risponde Nobody
“Uh, non vedo l’ora. Non vedo l’ora” risponde Re Belial.
(Vittoria Corella)
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da jonas | Dic 26, 2014 | Schegge
Cole Twist, internato del Bethlem & Desiderio, Infermiere
Victorian Solstice
St Mary of Bethlehem , 1868

L’estate colava dall’alto come argento liquido, inondando il corridoio di chiarore devastante. Ogni superficie catturava la luce e la magnificava, come in un gioco di specchi, la scatola delle illusioni di un mago cinese. Dalle pareti imbiancate a calce ogni macchia era sparita, sbiadito ogni disegno, ogni graffito inciso nei secoli sotto le volte che chiudevano come un coperchio concavo lo spazio oltre le finestre troppo alte.
Tutto era luminoso, terso, pulito.
Per i degenti era spaventoso. La maggior parte di loro avanzava strisciando a ridosso dei muri, invocando un anfratto d’ombra, un angolo che potesse offrire rifugio a quell’impietoso bagliore. Alcuni restavano immobili, premendo forte la fronte contro l’intonaco scabroso, in un disperato tentativo di fondersi con esso. Altri semplicemente serravano gli occhi, e si aggiravano come ciechi, le mani protese davanti a sé, urtandosi gli uni con gli altri in scontri occasionali. Ma la luce non si poteva bandire dietro le palpebre. Non era come i mostri della notte, che a volte se ne andavano se smettevi di guardarli. La luce non lasciava scampo, non conosceva pietà.
Solo il ragazzo in mezzo al corridoio non sembrava esserne disturbato. Immobile, il capo reclinato, le braccia abbandonate lungo i fianchi, beveva dalla bocca socchiusa i raggi di quel sole fantasma. Nessun dolore per lui, nessuna paura. Dietro le palpebre azzurrine si poteva quasi indovinare uno sguardo sognante. Ovunque fosse non era lì, non era in quell’istante. Gli stracci che pendevano informi dalle membra magre avrebbero potuto afflosciarsi da un momento all’altro e cadere a terra vuoti, e nessuno degli inservienti avrebbe potuto fare nulla, nessuno dei nerboruti infermieri che osservavano oziosamente l’andirivieni dei matti. Forse era quella consapevolezza a farlo sorridere in quel modo, quel segreto che tremava sulle labbra purpuree, pronto a spiccare il volo.
Neppure quando l’ombra dell’uomo si frappose tra lui e il chiarore diffuso ne parve turbato. Non stava facendo nulla di male, e lo sapeva. Entrambi lo sapevano, lui e l’infermiere alto, lo straniero.
Quando aprì gli occhi il chiarore abbacinante rimase intrappolato nelle iridi, facendoli apparire per un momento bianchi. Li fissò in quelli scuri dell’uomo, senza intenzione, senza condanna, il sorriso fissato sulle labbra come un mattino di pietra. L’uomo dalla pelle scura pensò che un sorriso così non potesse essere per i vivi, ma solo per i morti, che probabilmente a loro stava sorridendo il ragazzo pallido, agli spiriti che lo avvolgevano, nella luce, che lo lambivano da ogni parte. Provò l’istinto di allungare la mano e toccare la spalla ossuta sotto la stoffa grezza, afferrarlo e spezzare in un gesto la ragnatela di sussurri che lo circondava. Non lo fece. sorrise, invece.
“Fa il bravo, Cole” intimò, stringendo gli occhi che nemmeno quello splendore abbacinante riusciva a raggiungere. Non ebbe bisogno che l’altro rispondesse per sapere che aveva compreso perfettamente a cosa si riferisse.
(Federica Soprani)
On the second day of Christmas
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and a Partridge in a Pear Tree
da jonas | Dic 26, 2014 | Schegge
Raymond Graves, Sicario della Buona Morte & Briar Krane, Impresario del Drury Lane Theatre
Victorian Solstice
Fine del Mondo, 1887

Gli aveva reclinato la testa sulla spalla. I capelli troppo lunghi odoravano del fuoco del camino e di sudore. Forse anche i suoi stessi capelli avevano quell’odore. Si era sempre considerato senza odore: come un cucciolo di lupo, o un fantasma. Eppure la barba bionda ora gli dorava la mandibola e i baffi spuntavano, pizzicandogli il labbro. Per la prima volta in anni non si era rasato. La testa sulla sua spalla pesava del peso dei dormienti. Poi divenne leggera. Lo sentì inspirare lievemente. “Era solo un sogno” mormorò Raymond contro i capelli di Briar. “Era vivo. Era qui…” ansimò appena l’altro, tirandosi su dal letto. Ray sorrise alla fiamma del camino: “Sir Damon è vivo, ma non può farti più nulla. Che Dio lo perdoni.” Lingue di fiamma disegnavano tatuaggi tribali sull’inclinazione del tetto della mansarda. La camera della servitù di una Casa di Matti.
Ray parlò dopo un lungo silenzio: “Che Mago è questo? Chiunque ti avrebbe fatto domande. Lui si è limitato a nasconderci qui e a far apparire un due di cuori dal mio taschino.”
“E’ l’ultimo vero Mago. So indovinare ogni trucco di magia, ormai. Ma i suoi no. Forse fa davvero magie. In un’altra vita avrei tentato di sedurlo.”
“E io, in un’altra vita, l’avrei ucciso per gelosia”
“Hai ucciso molta gente?”
“Hai sedotto molti artisti?”
“Touché”
Briar si drappeggiò la coperta intorno alle spalle magre e si alzò. Prese l’attizzatoio e ravvivò le braci.
“Mai vista una casa come questa” continuò Ray. Fissava una testa d’elefante di cartapesta appesa al posto del crocifisso “Ne sarei affascinato, se non facesse paura.”
Scintille s’inseguirono su per la cappa.
Briar Ripose il ferro: “Paura? Tu?”
“Sembra di dormire in una casa che sta per crollare. Non lo senti?”
“No”
“Per questo io faccio il sicario e tu l’impresario teatrale. Col tuo sesto senso non dureresti due giorni a fare quello che faccio io.”
(Vittoria Corella)
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and a Partridge in a Pear Tree
da jonas | Dic 25, 2014 | Schegge
Gerald Oakley Cadogan, Visconte Chelsea (e ‘ormai’ figlio maggiore di Lord Cadogan, Conte di Cadogan) & Fabienne De Secondat, sua moglie, figlia di V.
Edwardian Solstice
Cadogan Hall, 1910

“Oh buon dio!” Gerald guardò sopra la spalla di Fabienne “ma quello sarei io?” Fabienne puntò un’indice lunghissimo contro il naso dell’uomo: “Cubismo” spiegò. L’indice era blu, perché non solo di cubismo si trattava, ma di frammentazioni di visi, oggetti, laghi di colore sfumati con la punta delle dita. “Cosa?” Gerald strizzò gli occhi “Cubismo? Ma sembrano gli scarabocchi di William quando aveva otto anni!”
– “E tu fai gli stessi commenti da vecchio di tuo padre a sessantacinque!”
Gerald sgranò gli occhi: “Ti ricordo che LUI è di là, che sorseggia il suo Earl Grey”
– “E io sono qui, che sperimento le ultime tecniche in voga nel continente, che ti faccio un ritratto ‘moderno’. Guarda che d’ora in poi si dipingerà così ovunque. Ci ricorderanno tutti così!” – “Signor’Iddio, meno male esistono le fotografie!”
Fabienne incrociò gli occhi e tirò fuori la lingua. “Aspetta…” la studiò Gerald “…è una faccia cubista quella?”
Fabienne rise: “volevo regalartelo per Natale, retrogrado ignorante. Non capisci nulla di pittura.”
– “Nessun Cadogan s’intende di pittura.”
Fabienne indicò il caminetto. Gerald diventò serio quando posò lo sguardo sul ritratto di Henry. “Henry ne capiva. E anche sua figlia pare ne capisca. Anche se ha preferito studiare da infermiera. Una professione onorevole, no?”
“Non per il Drago.”
Fabienne sorrise: “Se solo vedesse quanto è bella, cambierebbe idea.”
“Non la vedrà mai.”
“Scommettiamo?”
(Vittoria Corella)
On the first day of Christmas
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A Partridge in a Pear Tree
da jonas | Dic 25, 2014 | Schegge
George, Lord Cadogan e Signore della Buona Morte & Beatrix, Lady Cadogan, sua moglie
Victorian Solstice
Cadogan Hall, 1890

Bauli. Valigie. Altri bauli. Tutti col Drago inciso sui lucchetti, impresso sul cuoio. Sul fianco panciuto della carrozza dallo sportello aperto. Ora se ne va – pensava Milady, attraversata da mille raggi di sole come i dardi attraverso la carne di una santa. La polvere danzava nella luce, danzava intorno. Sembravano briciole d’oro. Ora se ne va – e lui usciva dall’ingresso principale. Giacca abbottonata, una grossa sciarpa annodata, da cui emergeva quel suo naso, quelle sue guance magre. Spalle a punta, zigomi taglienti, appuntito. Aveva un figlio fatto di punte ormai, un’anima rotonda che ha rinunciato e ha cresciuto spine. “Dovresti fermarlo. Sei ancora in tempo.” Bisbigliò Beatrix contro la finestra. Il vetro del finestrone non si appannò. Milord non alzò neppure la testa dalla scrivania. Continuava a scrivere. “Basta una tua parola, e ritroverà la strada” continuò Milady, la pelle come latte di fata, come certe statuine di zucchero nelle vetrine dei pasticceri. Il pennino d’oro graffiava. Era l’estensione di un’unghia, di un artiglio e feriva la carta. “Smetti di scrivere” chiese lei. Crrr-crrrr-crrr. Correva la punta dorata intrisa di nero. “Alzati, scendi le scale, vai di sotto. Hai ancora tempo” Niente. Nessun cambiamento. Lei non fece nessun rumore, raccolse le gonne del suo abito da sposa e raggiunse suo marito. Ma lui continuò a scrivere. Non poteva vederla. “Non vedrai mai più tuo figlio, se non lo fermi ora” sussurrò il fantasma sulla spalla dell’uomo “ma io ci sarò, laggiù, quando tutto sarà perduto. Sarò io a consolarlo. Riparerò ai tuoi errori.”
Allora lui alzò la testa, come ispirato. La frusta schioccò, la carrozza partì cigolando.
Il fantasma piegò la testa e uscì dalla stanza.
(Vittoria Corella)
On the first day of Christmas
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