Twelve Days of Christmas: 18

Twelve Days of Christmas: 18

Shaun D’Arby, segretario di Lord Rathbone (Pari d’Inghilterra) & Maurice Langdon Seymour, Lord Cancelliere dell’Impero (vedi episodio 2)

Victorian Solstice

Parlamento Inglese, 1887

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Il Parlamento è una piccola città autonoma. Ci sono stanze da letto. Camere da bagno. Due barbieri. Un ufficio postale. Persino un pub che serve pies e birra. E nel pub c’è una campanella, che suona quando si sta per votare una legge. Allora si hanno 8 minuti per correre alle camere: se tardi ti chiudono la porta della Camera in faccia e tanti saluti, forse non avrete la maggioranza stavolta, era buono il black pudding, milord? No, sul serio. Dipende da cosa si vota: vecchi Lord scattano arzilli, fendendo l’aria con la loro walking cane dorata. Oh, buon dio. Lo scattista migliore del parlamento non è un Lord e nemmeno un Commoner. E’ il Signor Shaun D’arby. Una scheggia, con quel naso appuntito che fende l’aria come una pinna di eglefino, conosce i tempi medi di ogni parlamentare, li batte tutti, nemmeno s’allenasse a correre ogni mattina al St James’s.
Diavolo di un D’Arby.
Spia l’addetto alla campana, appena intuisce che sta per suonare, parte al galoppo. Obiettivo militare: Lord Rathbone, il suo esimio datore di lavoro, il suo Signore che sicuramente è a cena, a pranzo, prende il tè. Insomma, bazzica tutte le sale del Parlamento, tranne la biblioteca, che ha poche poltrone e c’è sempre qualche vecchio lord ultraottantenne che tentenna e vuole il tuo cavolo di posto.
Milord sostiene che i vecchi lord dovrebbero starsene a casa loro, con la borsa dell’acqua calda a leggere Dickens.
Ma torniamo alla campanella del parlamento. Il Valletto si gratta la parrucca d’ordinanza – i valletti sono molto ridicoli, tutti fermi al 1700 o giù di lì in fatto di ‘attire’ – segno che sta per fare qualcosa.
D’arby solleva un sopracciglio: la tempestività è tutto. Tutto.
Parte.
Corre, scansa due Lord.
Il tappeto gli viene incontro a tutta velocità. THUMP. D’arby è lungo steso, la caviglia ancora agganciata a un bastone da passeggio: “Buon Dio! Non si corre in parlamento!” ammonisce il secondo cugino della Regina. Una ragnatela di rughe perfette imprigionano i diamanti che gli fanno da occhi.
Maurice Langdon Seymour, il Lord Cancelliere.
Fottuto Maurice.

(Vittoria Corella)

On the ninth day of Christmas
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and a Partridge in a Pear Tree

Twelve Days of Christmas: 17

Twelve Days of Christmas: 17

William Gerald Cadogan, primogenito di Gerald, Visconte Chelsea & e suo nonno, il Conte di Cadogan (il Drago)

Edwardian Solstice

Cadogan Hall, 1904

library

Una nuvola di fumo si gonfiava in volute grigie nella luce adamantina del meriggio. Le pesanti tende che solitamente schermavano le finestre della biblioteca erano state rimosse per la pulizia mensile. L’operazione richiedeva l’impegno di almeno cinque tra valletti robusti e cameriere, un dispendio di forze eccessivo per una sala preclusa agli ospiti e usata di rado perfino dai membri della famiglia. Il Visconte di Chelsea avrebbe diluito di buon grado quell’intervento a tempi più lunghi, ma il vecchio Conte di Cadogan, suo padre, non era disposto a cedere di un passo, a riguardo. E non era il caso di contrariare il vecchio, se era possibile evitarlo.
Quando la porta si aprì lo spostamento d’aria disperse la nuvola di fumo che si sfilacciò in striature aromatiche.
William Gerald Cadogan si sollevò con un colpo di reni e rivolse a chi sopraggiungeva uno dei suoi sorrisi sghembi. Il genere di sorriso che riservava alla propria sorella, giacché era certo fosse lei ad andare a stanarlo e magari a rubargli una sigaretta. Ma non era Beatrix Lilian. Scorgendo la figura del nonno avanzare nell’ampia sala, William non poté fare a meno di sentirsi colpevole.
Era inevitabile, il vecchio faceva quell’effetto a tutti, perfino a lui che si vantava di non avere paura di niente e di nessuno. Durò pochissimo, il tempo di disperdere con la mano i resti del fumo, ma il giovane ne fu ugualmente infastidito. Impossibile sperare di non essere visto. Il vecchio ci vedeva ancora dannatamente bene, e aveva pure un buon naso. Infatti scorto il nipote si diresse senza esitazione verso di lui. Nonostante si appoggiasse a un bastone, conseguenza di una caduta sul ghiaccio dell’inverno precedente, la sua andatura era ancora dritta e marziale, tipica di un uomo poco avvezzo a inchinarsi davanti agli eventi non meno che davanti ai suoi simili. William si ricompose, ma senza urgenza. Non esistevano regole riguardo al fumare in biblioteca, se non quelle implicite per il vecchio e solo per lui. La smettesse di seccare il prossimo una buona volta! In quella luce impietosa il Conte sembrava grigio, grigia la pelle raggrinzita che pendeva dagli zigomi pronunciati, grigio l’azzurro-Cadogan degli occhi, che avevano perduto il loro splendore, ma non la durezza.
“Buongiorno nonno” lo salutò William ostentando un’eccessiva allegria, che al vecchio non avrebbe potuto che risultare sgradita. Le narici del Conte si dilatarono percependo l’odore del tabacco e al contempo gli occhi si strinsero in due mezzelune crudeli. William sorrise come avrebbe sorriso al diavolo ai cancelli dell’Inferno. Difficilmente avrebbe potuto essere peggio del vecchio!
Il Conte sedette su una panca rivestita di velluto damascato, simile a quella sulla quale il nipote se ne stava stravaccato fino a pochi istanti prima. Erano panche comode, con un’imbottitura leggera che rendeva gradevole la seduta senza eccedere in una morbidezza che avrebbe conciliato il sonno, piuttosto che la lettura. Teneva le mani giunte sul pomolo del bastone, dita lunghe, nervose, percorse da vene azzurre e macchiate dall’onta del tempo, ma ancora belle, ancora forti. Il Conte trasudava forza, nonostante tutto. William non poteva negarlo. Era anziano, certo, e come tale veniva trattato con tenerezza e rispetto, ma anche con la superficialità che si riserva a chi ha perduto la propria utilità. Eppure c’era in lui un vigore mai sopito, un’energia che solo il decadimento del corpo riusciva a trattenere, e pure a stento. Quell’energia non apparteneva a suo padre, il Visconte. Non apparteneva a nessuno, in casa. A William faceva piacere credere di averne ereditata una parte. Assunse un atteggiamento adeguato, avvertendo gli occhi del vecchio percorrerlo in un attento esame. Sapeva che il nonno si aspettava educazione e rispetto, ma era certo che da lui esigesse di più, molto di più. Era qualcosa che non poteva essere richiesto, non poteva essere insegnato.
William intuiva che si trattasse di qualcosa che avrebbe fatto impallidire suo padre e probabilmente svenire sua madre.
“Come impieghi il tuo tempo, William Gerald?” domandò il Conte. Una domanda apparentemente casuale, normale per un nonno che si rivolgesse al giovane nipote svagato sorpreso a oziare in biblioteca, fumando una sigaretta. Una domanda che avrebbe potuto essere il preludio a un giudizio, perfino a un rimprovero.
Ma non era quello il caso. William lo sapeva.
“Cerco di impiegarlo in modo costruttivo, signore” affermò, e le sue labbra s’incurvarono in un sorriso che non era stato richiesto, che non aveva ragione d’essere, ma che sarebbe stato perdonato.
Il vecchio Conte annuì, come se in quella risposta apparentemente banale fosse racchiuso un significato profondo e recondito noto solo a lui e al ragazzo che gli sorrideva. Il ragazzo… Un gioiello scaturito da un errore, discendente da una catena di errori srotolatasi nei secoli dei secoli fino a giungere a quel pomeriggio, a quella biblioteca invasa dalla luce. Un errore perfetto, irripetibile, il sangue del Drago mescolato a quello del Serpente. Nemmeno se il vecchio Conte avesse potuto immaginare un simile scenario avrebbe potuto concepire un protagonista più ideale.
“Il tempo è un dono e una maledizione” riprese il Conte, lo sguardo fisso davanti a sé. La luce attraversava le sue iridi accendendole di barbagli metallici. “Nessuno può illudersi di ingannarlo o dominarlo, ma imparare a sfruttare a proprio vantaggio gli istanti che lo compongono è possibile. Ci sono istanti più preziosi di altri, lo sai questo, William Gerald?”
“Lo immagino, nonno” rispose il ragazzo prontamente. Il ritratto della devozione, il volto giovane atteggiato a un’austerità che non riusciva a frenare l’estrema mobilità dei lineamenti, il rincorrersi in essi di espressioni contradittorie.
“Quale genere di potere credi possa conferire a un uomo la capacità di disporre di quei particolari istanti?” continuò il vecchio, le mani nodose strette intorno al pomolo, lo sguardo ora fisso in quello del nipote, e tuttavia errante, come se le pupille non fossero che un passaggio attraverso il quale gli fosse dato di rivelare un segreto a quei tanto più giovani occhi.
“Il potere di vita o di morte su qualcuno, per esempio.”
La risposta di William era atroce, ed era corretta, pronunciata con la levità con cui si sarebbe potuta enunciare una preferenza a tavola, tra il pudding e la torta di mele.
Il Conte strinse le labbra, una ferita netta nel volto pallido. L’orrore non riusciva a smorzare l’orgoglio. Avrebbe solo voluto non essere così vecchio. Avrebbe solo voluto aver imparato davvero a ingannare il tempo. Ma ciò che avrebbe avuto gli sarebbe bastato.
Lo avrebbe fatto bastare.

(Federica Soprani)

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Twelve Days of Christmas: 16

Twelve Days of Christmas: 16

Patrick Kelly , Studente di Legge & Emerald White, bambina precoce

Una segretaria per Milord
Londra, 1904

“Quindi non siete già un filosofo.”
Emerald White è una bambina molto diretta. Una bambina a punta, che perfora le questioni con domande sempre mirate, a volte inopportune. “Cosa siete?”
“Uno studente di Legge, per ora. Entrerò in politica un giorno” risponde il Signor Kelly. Non è tanto più grande di lei, a ben guardare, ma a questo mondo, in questi anni, passata una certa età, sei considerato adulto. Un adulto che potrebbe avere anche cinquant’anni, per quel che riguarda Emy.
Anche se le dispiacerebbe che Patrick fosse così tanto vecchio.
“Quanti anni avete?” È una salva di domande, questa, ogni pallottola va a segno, perché non c’è riparo.
“Diciannove. Voi, Signorina?”
“Dodici e mezzo, quasi tredici” risponde lei raddrizzandosi tutta. Ora le piacerebbe avere diciannove anni subito.
“Accidenti, fra poco vi fidanzerete!” risponde Patrick chiudendo il suo libro di scatto.
“Affatto. Studierò. Andrò all’università.”
Patrick inclina il capo: “Volete fare l’ostetrica?”
“NO! Affatto! Voglio diventare primo ministro” protesta Emerald. Addirittura sale sulle punte, come se per fare i ministri fosse richiesta un’altezza minima regolamentare.
“Non ci sono Primi Ministri donna, temo” spiega Patrick, stringendosi nelle spalle.
“Ma ci sono le Regine. Non abbiamo una Regina, noi?” ribatte Emy.
“Vero. Buffo. Una Regina che può tutto, ma non può far sì che ci sia un Primo Ministro Donna. Quando sarò alla Camera Bassa, proporrò un disegno di legge. Così quando voi, signorina, sarete grande abbastanza, potrete diventare Primo Ministro.” Sorride.
Uh, avere diciannove anni e non quegli stupidissimi, ridicoli dodici e mezzo, pensa Emy.
“Vuol dire che lavoreremo insieme, nella stanza verde.” Emerald riluce di aspettativa.
“Se sposate un Lord, magari andrete in quella rossa” strizza l’occhio Patrick Kelly.
“Non sposerò MAI un Lord” protesta lei, “Ma un commoner… beh, forse sì!”

(Vittoria Corella)

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Twelve Days of Christmas: 15

Twelve Days of Christmas: 15

Imogene Tipperary, Governante di Fine del Mondo & Peter Hicks, poliziotto londinese (bobby)

Victorian Solstice
la Dodicesima Notte a Fine del Mondo, Chelsea – 6 Gennaio 1891 (vedere episodio 4)

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“E così eccoci qui”
Imogene Tipperary contempla il salotto, come meravigliandosi di trovarlo deserto. Eccetto, ovviamente, per la presenza di Peter Hicks. In realtà non le sono sfuggite le manovre diversive dei suoi prodighi datori di lavoro per lasciarli soli. In altre circostanze, in un’altra casa, in un’altra vita perfino lei avrebbe trovato riprovevole quell’implicita volontà di lasciarli soli. Ma le circostanze sono quelle che sono, la casa è Fine del Mondo, e la vita, bè.. è una e una sola.
In più è la notte dell’epifania, e ne hanno passate fin troppe di recente, tutti loro. Eppure Peter non le è mai sembrato tanto spaventato e agitato quanto lo è ora che la fissa dal centro del salotto, con lo sguardo atterrito di uno che si specchi nel Pandemonio. Forse dovrebbe risentirsene. Invece sorride, facendogli cenno di accomodarsi sul divano, che lui raggiunge a tentoni. Imogene colma con un sospiro la distanza che li separa e prende posto accanto a lui. Per un istante il crepitio dei ciocchi di pino nel caminetto, lo sfrigolare aromatico della resina, è il solo suono che fa da contrappunto al silenzio.
“Imogene”
“Peter”
Pronunciano i nomi all’unisono, e i loro sguardi, sollevati repentinamente, si specchiano l’uno nell’altro restando agganciati. Arrossiscono, entrambi, e Hicks è il primo a distogliere gli occhi. Imogene reprime uno sbuffo di frustrazione. Dov’è il signor Shelmardine quando serve?
“Pensavo voleste parlarmi…” butta lì la ragazza, più piccata di quanto vorrebbe mostrare, ma Peter Hicks la interrompe subito.
“Imogene, Miss Tipperary”
La guarda negli occhi. In tempi recenti ha contemplato corpi straziati da ferite mortali, decapitati, eppure specchiarsi in quelle iride scure come la cioccolata e, buon Dio, altrettanto, dolci, gli fa talmente tanta paura!… Deglutisce a vuoto. In procinto di battere in ritirata, ancora una volta. Ma sarebbe l’ultima, lo sa. Imogene pende dalle sue labbra, indecisa se scoppiare a piangere o tirargli un pugno. Peter non se la sentirebbe di biasimarla in entrambi i casi.
“Io vi amo” Peter Hicks sgrana gli occhi. Possibile fosse così facile? Le parole sono uscite senza quasi che ui se ne rendesse conto, e ora tutto quel senso di oppressione che gli gravava sul petto sembra svanito. Sorride, incredulo, mentre aggiunge: ” Volete sposarm…”
Questa volta è lei a interromperlo, e le sue labbra non hanno neppure bisogno di parole, solo di quelle di lui, in un bacio che è già un ‘sì’.

(Federica Soprani)

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Twelve Days of Christmas: 14

Twelve Days of Christmas: 14

Johnny Sweets, compagnia prezzolata per soli Gentlemen (vedere episodio 4) & Padre Finnegan, prete cattolico irlandese

Victorian Solstice
St. Thomas, Kennington Road, Londra – 1890

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Si butta sulla seggiola: “Perdonami padre perché ho tanto peccato.”
Attraverso la grata traforata come pizzo, s’intuisce un sospiro: “Oh, finiscila John” dice il prete “sappiamo entrambi che del perdono mio o di chiunque altro non te ne fai granché”
Scricchiola la sedia, il legno tarlato s’assesta. Il ragazzino ride: “Corpo di Giuda, padre, hai perso finalmente la tua proverbiale pazienza. Non vuoi diventare santo? Accenderei candele davanti alla tua statua, davvero. Se mi venisse voglia di buttare penny in stronzate, ovvio.”
“John, mi chiedo cosa ti diverta tanto nel cercare di provocarmi. Sentiamo questi peccati.”
Johnny si schiarisce la gola: “Versione breve o lunga?”
“Quella meno noiosa”
“Benone: dall’ultima volta che mi sono confessato, ho continuato a farmi pagare per le scopate. Diciamo un paio a notte. Due per sette, quattordici. Quattordici volte che l’ho preso. Devo dire dove? Bocca o culo sono gravi uguale, per Dio, o per la bocca c’è uno sconto di pena?”
Padre Finnegan si massaggia le tempie con gli indici. La grata gli disegna fiori e foglie sul volto ancora giovane.
“Ora devo chiederti se l’hai fatto con malizia, lo sai”
“Oh, sì. Almeno un paio di volte sì. Le altre ho fatto finta. Ma c’era questo ufficiale di marina, bello come una specie di angelo del Signore, con rispetto parlando. Gliel’avreste preso in bocca pure voi!”
Padre Finnegan si raddrizza tutto. Esce dal confessionale. Anche i cardini della porticina cigolano male. Vecchio trabiccolo malandato.
Tira la tendina e guarda Johnny in faccia: “Due Padre Nostro, tre Ave Maria. A sabato prossimo.” Tende la mano.
Johnny si cerca nel taschino e prende delle monete: “Ecco. Mia madre come sta?”
Padre Finnegan intasca i soldi: “Bene, chiede di te. Che devo dirle quando le porto i tuoi soldi, domani?”
“Che sono un ragazzo di stalla magnifico e lavoro tanto tanto” risponde Johnny. Inclina il capo da un lato e sorride bellissimo.
“Vai in pace, John Sweets. Ci vediamo sabato prossimo”.

(Vittoria Corella)

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Twelve Days of Christmas: 13

Twelve Days of Christmas: 13

Gordon Cadogan, Visconte Oakley ed Esploratore D’Africa & Beatrix Craven, Lady Cadogan

Edwardian Solstice

Timbuctu, Mali – 1907

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Il richiamo del muezzin riecheggiava nell’incendio dell’tramonto. Il minareto solitario si stagliava come un dito di pietra nella fornace del cielo, coronato dal volo occasionale di aironi dalle ali bianche screziate.
Presto la notte si sarebbe distesa come un velo indaco trapunto di stelle sull’oasi e sull’intero deserto che la racchiudeva come un singolo, insignificante granello di sabbia.
La finestra si apriva sul cielo sanguinante, tende di garza leggere come sospiri, spumose come l’Oceano che si gonfiavano all’interno della stanza già in ombra. Le lampade ad olio non erano ancora state accese, ma l’uomo e la donna non avevano bisogno di vedersi l’un l’altra. Sapevano che tra i veli impalpabili del baldacchino iniziava e finiva il loro mondo, il solo in cui era dato loro di vivere, tutto ciò che potevano sperare di essere.
Solo un uomo.
Solo una donna.
Amore, amore mio come siamo arrivati a questo? Ma lei gli posa le dita sulle labbra, e il suo corpo nudo è una fiamma bianca che oscilla nell’aria che profuma di ambra e sandalo. I suoi capelli sono filamenti d’ombra danzante, e quando si china su di lui avvolgono entrambi, come la notte.
Questo è tutto ciò che desideravo. Questa stanza. Questo silenzio. Il volo degli aironi nel cielo sanguinante. Questo è il momento, il solo momento, e nient’altro ha avuto senso, prima. Il mondo inizia e finisce qui, in questa stanza, tra i tuoi capelli, sul tuo petto, amore mio.
Il mattino s’insinuò con dita di neve attraverso le tende che pendevano immote come vele nella bonaccia.

Nessuno sapeva chi fosse lo straniero.
Nessuno sapeva da dove venisse, e nemmeno di cosa mai fosse morto.
Forse non era mai esistito fuori da quella stanza, lontano da quel letto che profumava di ambra e sandalo.

(Federica Soprani)

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