Twelve Days of Christmas: 24

Twelve Days of Christmas: 24

Jonas Marlowe & Jericho Shelmardine

Victorian Solstice
Londra, 1891

frozen.lake

L’inverno vestiva il parco di merletto bianco. La notte aveva filato la luce delle stelle in una passamaneria scintillante, che ornava i cespugli sempreverdi lungo il corso ghiacciato del fiume. Festoni di brina si dipanavano tra i rami spogli, intrappolando i raggi del sole pallido nei loro cristalli.
Nel candore immacolato del paesaggio invernale i capelli di Jonas Marlowe erano una fiamma ardente, uno squillo festoso che infrangeva il silenzio. Mentre sfrecciava veloce sul ghiaccio, sembrava lasciare dietro di sé una scia di lapilli. Dalla riva Jericho contemplava assorto le sue evoluzioni sui pattini. Strano uomo Jonas… Apparentemente impacciato da quelle braccia e quelle gambe troppo lunghe, ci si sarebbe aspettati fosse goffo, quando non procedeva con la sua andatura spedita e quasi marziale. Invece, sul fiume ghiacciato, come sulla pista da ballo, le sue movenze erano eleganti e precise, ogni gesto misurato, incantevole. In quell’istante si stava dirigendo verso di lui. Poco prima di raggiungerlo compì una serie di piroette aggraziate, e perfino un salto, atterrando sul ghiaccio senza la minima esitazione. Quando frenò, le lame dei pattini sollevarono una nuvola di polvere gelida. Scorgendo lo sguardo dell’ex-ispettore, Jericho non poté fare a meno di ridere. Sembrava aspettasse un applauso. Glielo concesse, ottenendo in tutta risposta una smorfia imbarazzata, ma tutto sommato compiaciuta.
“Dai, vieni anche tu.”
Gli porgeva la mano, ora, fasciata nel guanto di capretto. Era il più allettante degli inviti, quella mano sicura che si rivolgeva a lui e a lui solo, per sostenerlo, certo, ma anche per essere riempita. Jericho non sapeva cosa fosse più struggente nell’uomo che gli stava davanti, se la tenerezza e la sollecitudine con cui sembrava determinato a prendersi cura di lui, o il disperato bisogno d’amore che intuiva in fondo ai suoi occhi, così sepolto tra le pieghe dell’anima da non poter essere quasi percepito.
“Non sono molto disinvolto sul ghiaccio, Jonas” lo avvertì, muovendosi cautamente per raggiungere la sua mano tesa. Avrebbe camminato sul filo di cento spade pur di afferrare quella mano. Non sarebbe stato certo un fiume ghiacciato a fermarlo.
“Meglio. Una volta tanto farai quello che dico io senza discutere” commentò l’altro pratico, afferrando saldamente le sue dita e attirandolo a sé. Jericho sembrò sul punto di obiettare, ma godere di quella stretta valeva bene una piccola concessione all’altrui orgoglio.

(Federica Soprani)

GRAZIE A VOI, LETTORI, CHE FIN QUI CI AVETE SEGUITO CON PAZIENZA, ATTENZIONE E UN POCO DI CURIOSITA’.

Questa è l’ultima scheggia e ora arriva la dodicesima notte.

Federica & Vittoria

“Era la Dodicesima Notte, la notte in cui tutto era possibile, in cui i medicanti divenivano re, e i re mendicanti, e ciascuno poteva osare essere tutto e il contrario di tutto.

Jonas Marlowe sentiva di non sapere ancora neppure lui chi e cosa avrebbe voluto essere da allora in poi.

Era improbabile che ci sarebbe stato un momento migliore per cominciare a esserlo.”

On the twelfth day of Christmas
my true love sent to me:
12 Drummers Drumming
11 Pipers Piping
10 Lords a Leaping
9 Ladies Dancing
8 Maids a Milking
7 Swans a Swimming
6 Geese a Laying
5 Golden Rings
4 Calling Birds
3 French Hens
2 Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree

 

Twelve Days of Christmas: 23

Twelve Days of Christmas: 23

Signor V, Arcangelo della Buona Morte & Vance Ashton, Deputato della House of Commons

Victorian Solstice
Località sconosciuta, 1887

bonbon

Sedeva comodo, lunghissime gambe accavallate, piega perfetta dei pantaloni. Sotto le suole, il pavimento era appiccicoso, viscoso. Puzzava di marciume e metallo. V scartava un bon-bon, la carta dorata crepitava piano come un insetto che grattasse il muro con le zampine chitinose. Qualcuno doveva dare una ripulita alla stanza degli interrogatori, buon Dio.
Togliere tutto quel sangue, quel vomito secco.
E non parliamo del resto.
Un odore nauseabondo che guastava l’aroma di bacche di caffè tostate del suo cioccolatino.
Guardò l’uomo riverso sul pavimento e sospirò: si sarebbe sporcato oggi. Questa gente si sentiva sempre male, per la paura prima, poi per il dolore fisico. Perdevano ogni controllo. Disgustoso. Fastidioso.
E grandioso.
Il potere che nasceva come una lama d’oro dalla melma nera della paura era un orpello bellissimo, un sostituto perfetto del prestigio che aveva perduto dall’alba del suo tempo come V.
Si alzò, stirandosi bene la giacca di splendida fattura. Niente di troppo vistoso, un sobrio nero, la stoffa migliore che i soldi potessero comprare. Mosse qualche passo, fino ad andare a osservare, piegandosi appena, il viso del prigioniero.
“Joli Coeur” mormorò: “Senza macchia e senza paura. Fino a oggi, s’intende. Oggi macchie e paura saranno il tuo unico contributo all’esistenza.”
Lo toccò con la punta dello stivale: “Sveglia, Joli Coeur. Combatti l’intruglio di Graves, so che l’effetto sta per finire. E’ ora di fare amicizia.”
L’uomo a terra digrignò i denti. Forse l’intruglio dava un po’ di dolore. Testa, tendini, spina dorsale.
“Buongiorno
” Sorrise V “Benvenuto nel luogo dal quale non uscirai più. A meno che tu non collabori, il che mi mette sempre di buon umore. Allora divento generoso e offro patti. Molti sono usciti, sai. E ora vivono” Evitò di aggiungere ‘felici’.

“Patti” Mormorò l’uomo a terra. Cercava di rialzarsi. “Molto piacere dunque,voi siete il Principe delle Tenebre?” Ricadde. La testa fece toc, sul pavimento lordo.
“Un arcangelo? Io? Buffo. Buffissimo.”
“Quale Arcangelo sei?”
V mangiò il suo Bon-bon: “Uh, allettante. Siete incline alla conversazione, dunque. Andremo d’accordo Onorevole Ashton.”
“Oh, non andremo d’accordo affatto, Signor Arcangelo. Affatto.”
V sorrise con tutte le sue zanne:”Che carino. Ti mangerò il più tardi possibile. Promesso.”

(Vittoria Corella)

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Twelve Days of Christmas: 22

Twelve Days of Christmas: 22

Honourable Georg Coventry & la sua gemella Gwen Coventry, futura moglie di Maurice Langdon Seymour, Lord Cancelliere dell’Impero

Victorian Solstice

Langdon Manor, 1888

(Vedi Episodio 2: La lega dei gentiluomini rossi)

mirrors

“Dove sei?”
Il suono della sua voce riecheggiò lungo il corridoio deserto. La luce smorta che penetrava dalle finestre rivolte a nord restava circoscritta a nette porzioni di pavimento, al di fuori delle quali si assiepava un’oscurità fredda e ostile.
Georg si morse le labbra. Come poteva sua sorella divertirsi a giocare a nascondino in quel dannato labirinto? A lui la casa di Maurice dava certi brividi… Gli parve di udire un fruscio di stoffa, forse una risata sommessa, e fu solo questo a spingerlo ad affrontare quell’alternarsi di luce e ombra, dapprima camminando, poi correndo, incurante del suono dei passi che mandava in frantumi il silenzio innaturale. Sarebbe sempre corso da lei, l’avrebbe cercata ovunque, senza smettere mai. In cielo, all’inferno. Perfino nella casa di Maurice Langdon, il suo futuro cognato. Raggiunse il fondo del corridoio, ansante. Aveva l’impressione che brandelli di oscurità gli fossero rimasti impigliati addosso, in quella folle corsa. Li sentiva strisciare sulla pelle, come carezze gelide.
“Gwen?” chiamò, invano. La pioggia cominciò a picchiettare sui vetri. Il cielo era il sudario di un annegato. Georg spinse l’unica porta che si apriva sul fondo del corridoio, che si aprì con un cigolio sinistro. La luce lo accolse, cogliendolo di sorpresa, una luce calda, dorata, del tutto inaspettata dopo la spoglia penombra delle stanze deserte.
Poi scorse il baluginio dei capelli rossi di Gwen e si lanciò all’interno del vasto ambiente. Un istante dopo saltava indietro, soffocando un grido, scorgendo l’uomo che, apparso dal nulla, gli si scagliava addosso con occhi spiritati.
Si diede dello stupido, per quell’assurda dimostrazione di debolezza, e si augurò che sua sorella non fosse nascosta lì da qualche parte, a ridere di lui. Con un mezzo sorriso tornò ad avanzare nel salone, contemplando la figura che, dal grande specchio, gli andava incontro. Il volto sorgeva pallido dal collo della giacca nera, aureolato dal rosso dei capelli che in quella luce si accendevano di riflessi di fiamma. Non c’era un solo Georg che lo fissava, che allungava la mano verso di lui. L’intero salone era rivestito di specchi alti dal pavimento al soffitto, racchiusi in cornici dorate ridondanti di intarsi e fregi. Una folla di Georg lo circondava, perdendosi negli infiniti piani dimensionali creati dalle superfici riflettenti poste una dinnanzi all’altra. Quando sfiorò con le punte delle dita quelle del proprio doppio, fu come se i raggi di una stella di carne si irradiassero da quel singolo punto allargandosi in ogni direzione. Fu colto da un capogiro e interruppe quel contatto. Una piega dolente tagliava la fronte del Georg imprigionato nello specchio. Sembrava sul punto di mettersi a gridare, o di frantumarsi e cadere in mille pezzi. Si voltò verso la porta, solo per scoprire che era scomparsa. Forse l’aveva chiusa, senza rendersene conto, e ora gli specchi lo circondavano da ogni parte, imprigionandolo in un folle gioco prospettico. Si sentì assalire da un panico irrazionale. Che diavolo gli prendeva? Lui era un uomo di scienza! Si trattava solo di suggestione, indotta da un fenomeno di rifrazione perfettamente spiegabile. Era quella dannata casa a sconvolgere la sua mente, a fargli vedere orrori dietro ogni angolo. Quella casa in cui sua sorella sembrava provare un piacere morboso a perdersi, invitandolo a trovarla, ogni volta, lasciando dietro di sé solo l’eco dei passi leggeri, di risate simili a cristallo spezzato. Si guardò intorno, con aria di sfida. Ogni volta che aveva paura, ogni volta che la disperazione prendeva il sopravvento, aveva l’impressione di essere osservato, di avere gli occhi di quell’uomo addosso, a spiarlo, soppesarlo, giudicarlo.
Anche in quel momento poteva quasi raffigurarselo nella mente, intento a guardarlo attraverso una sfera di cristallo, compiaciuto nel vederlo in difficoltà, nel vederlo in trappola. Digrignò i denti e si tirò indietro i capelli fino a sentire dolore alle tempie. Non era così, ovvio. Maurice non aveva nulla contro di lui, non lo considerava nemmeno. Era la sua gelosia a creare quelle chimere, la sua follia. Il pensiero che presto lui l’avrebbe avuta gli intossicava la mente, generando visioni e incubi che non svanivano alla luce del mattino, ma lo perseguitavano fino al tramonto successivo come una corte spettrale. Nello specchio, lui stesso appariva come uno spirito inquieto, evocato contro la propria volontà, strappato dal proprio piano di esistenza e scagliato in quel vuoto siderale. Poi all’improvviso mani sottili lo cinsero da dietro, fantasmi bianchi si aggrapparono al sul petto. Georg chiuse gli occhi, avvertendo il seno di Gwen premere contro la schiena. Se li avesse aperti, se avesse guardato di nuovo in quel caleidoscopio impazzito, si sarebbe scoperto ancora disperatamente solo.
Gwen profumava di neve e fiori, di latte caldo e zucchero. Con gli occhi chiusi Georg si voltò, afferrandola, affondando il volto nella nuvola rovente dei suoi capelli. Quando la sentì gemere, mormorando il suo nome, sentì distintamente gli ultimi brandelli della sua coscienza lacerarsi, e accolse con gioia la follia che si impadroniva di lui.
Meglio pazzo, che senza di lei. Ovunque, pur di non perderla, e se la volontà di sua sorella era di imprigionarlo nel palazzo di un re crudele, avrebbe accettato anche quella condanna, pur di poter respirare il suo respiro, bere la sua anima, stilla dopo stilla, come era stato un tempo, quando erano una sola cosa, un solo essere, come avrebbe dovuto continuare ad essere per sempre.

(Federica Soprani)

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Twelve Days of Christmas: 21

Twelve Days of Christmas: 21

Jonas Marlowe & Jericho Shelmardine

Victorian Solstice
Fine del Mondo, 1891

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Persino nel sonno percepì la sua presenza nella stanza. Dopo mesi aveva imparato a riconoscere quel filo invisibile, ma ruvido e spesso come lana da ferri, che si era dipanato fra di loro. La distanza lo tendeva, mettendo alla prova le pareti cave del suo cuore e la materia del suo essere.
Spirito, gli aveva dimostrato la verità dello spirito, legando un semplice filo di lana grezza intorno alla sua anima. Affermava potente l’esistenza di Altro e di Altrove solo allontanandosi, solo chiudendosi in un qualche genere di silenzio. Non-parole vuote come bolle di sapone iridescenti che trascinavano la sua anima per la stanza come un aquilone rotto.
“Che succede? Stai male?” Jonas cercò il vetro del lume sul comodino. Quando ne avvertì il gelo sotto le dita, Jericho parlò: “Se accendi la luce, lui tornerà.”
Di nuovo indovinelli. Gli enigmi di Jericho a Mezzanotte. Voce fatta con un soffio d’anima.
“Chi tornerà?”
Lo sentì muoversi per la stanza, l’assito cigolare leggero sotto i suoi piedi scalzi. Vedeva il bianco della sua camicia da notte. E più su l’ovale del volto senza lineamenti, confusi nella mezza tenebra.
“Lo sai chi. Lo sai benissimo chi. E’ stato qui. L’ho visto.”
Jonas parlò al buio: “Sognavi. Desiderio è morto. Ricordi?”
Jericho rispose: “I morti mi parlano, ricordi?”
Pausa.
“Non ho mai visto uno come lui, nel suo ‘dopo’. Erano tutti a metà strada. Erano confusi, recalcitranti. Lui è arrivato di là. Lui ritorna da un posto orribile.”
“Sciocchezze.”
“Non posso permettere che un dannato mi tocchi. Tu non capisci.”
Jonas sospirò: follia, Jericho stava forse impazzendo. Forse era stato tutto troppo per lui. Quel Natale, quegli ultimi mesi.
“Lascia che accenda il lume.”
“Lascia che ti dorma vicino.”
Nuova pausa.
Poteva mandarlo via. Poteva riderne, dirgli che era un bambino.
Disse solo: “Bene, chiudi la porta. Non siamo soli in casa, lo sai.”
“Non lo siamo mai, ma non lo vuoi ammettere.”
Sentì il letto cigolare. Lo sentì stendersi, allungare le gambe, tirare le coperte.
“Ti facevo più coraggioso…” azzardò Jonas.
Jericho si limitò ad accoccolarsi contro il suo fianco: “I mortali sopravvivano felici nell’ignoranza dell’inferno. Ma non tutti sono così fortunati.”
Jonas allungò un braccio, la mano posata sul petto del compagno. Avvertì il cuore battere come una campana dei pompieri.
“Non puoi aver davvero paura.”
Eppure lo sentiva tremare.
Jericho gli afferrò la mano: “Andrai in pezzi contro il muro della verità. Siamo mortali e dopo di questo c’è Altro.”
Jonas fece per ritirare la mano, ma Jericho la trattenne, la tirò verso di se: “Un bacio” chiese.
“No”
“Un bacio, Jonas.”
Immobili nel buio. Poi il letto cigolò: “Va bene.”

 

(Vittoria Corella)

 

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Twelve Days of Christmas: 20

Twelve Days of Christmas: 20

Henry Cadogan, attuale Visconte Chelsea & sua moglie, Boudicca Lovelace con la loro figlia Allegra Cadogan

Victorian Solstice
San Terenzo, Liguria – 1896

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“Oh, guarda, l’Airùn!”
Sapevo di chi stesse parlando Francesco. Lo sapevo prima di alzare gli occhi dal mio libro per rivolgerli alla spiaggia. Dovetti schermare la fronte con la mano, tanto il riverbero del sole sul mare era abbacinante. Era settembre inoltrato, ma l’estate non voleva saperne di finire. Solo la foschia che s’innalzava dalla terra nera al crepuscolo, velando l’argento degli ulivi, ci ricordava che l’autunno sarebbe arrivato presto.
Ma nel fulgore del meriggio i bambini correvano ancora scalzi sulla rena umida e frantumavano l’immobilità azzurra del mare coi loro tuffi e le loro risate.
E non erano i soli.
Mi sfilai gli occhiali e li posai sul libro che tenevo aperto in grembo. L’Airùn correva tra i piccoli, e sembrava davvero il trampoliere dal quale aveva preso il soprannome in mezzo a uno stormo di beccaccini. Alto, allampanato, coi pantaloni avvoltolati fino al ginocchio che svelavano le gambe magre e bianche, così bianche in confronto a quelle abbronzate e sporche dei monelli. Agitava le lunghe braccia come ali, e le maniche della sua camica catturavano il vento. Era buffo, in un modo contagioso.
Dietro di lui avanzava lentamente sua moglie, tenendo per mano l’unica figlia. Era bella, la moglie dell’Airún, una Madonna inglese col volto di porcellana e le guance rosa come pesche. Aveva perduto un bambino l’anno prima, e ora era di nuovo incinta. Ma non sembrava triste. Non sembrava felice. Guardava le evoluzioni del marito sulla sabbia come se assistesse a un miracolo. Non avevo mai visto tanto amore in un paio d’occhi.
“Allegra, corri!”
L’inglese si era voltato e agitava le lunghe mani bianche verso la figlia. La moglie lasciò andare la manina paffuta della piccola, che con passi incerti trotterellò verso il padre.
Sospirai piano, mentre tornavo a inforcare gli occhiali.
“Che c’è Simone?” mi chiese Augusta, mia moglie, che sonnecchiava sulla mia spalla.
“Niente” mentì. Non volevo turbare la bellezza di quel giorno. Non volevo macchiare lo splendore di quella spiaggia dove sembrava l’estate non dovesse finire mai. Nemmeno alla moglie dell’Airún avevo detto la verità quando, pochi giorni prima, avevo visitato suo marito.
A vederlo correre così, con la bambina sollevata verso il cielo, ero quasi convinto di aver sbagliato diagnosi.
Lo speravo davvero.

(Federica Soprani)

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