Honourable Georg Coventry & la sua gemella Gwen Coventry, futura moglie di Maurice Langdon Seymour, Lord Cancelliere dell’Impero
Victorian Solstice
Langdon Manor, 1888
(Vedi Episodio 2: La lega dei gentiluomini rossi)
“Dove sei?”
Il suono della sua voce riecheggiò lungo il corridoio deserto. La luce smorta che penetrava dalle finestre rivolte a nord restava circoscritta a nette porzioni di pavimento, al di fuori delle quali si assiepava un’oscurità fredda e ostile.
Georg si morse le labbra. Come poteva sua sorella divertirsi a giocare a nascondino in quel dannato labirinto? A lui la casa di Maurice dava certi brividi… Gli parve di udire un fruscio di stoffa, forse una risata sommessa, e fu solo questo a spingerlo ad affrontare quell’alternarsi di luce e ombra, dapprima camminando, poi correndo, incurante del suono dei passi che mandava in frantumi il silenzio innaturale. Sarebbe sempre corso da lei, l’avrebbe cercata ovunque, senza smettere mai. In cielo, all’inferno. Perfino nella casa di Maurice Langdon, il suo futuro cognato. Raggiunse il fondo del corridoio, ansante. Aveva l’impressione che brandelli di oscurità gli fossero rimasti impigliati addosso, in quella folle corsa. Li sentiva strisciare sulla pelle, come carezze gelide.
“Gwen?” chiamò, invano. La pioggia cominciò a picchiettare sui vetri. Il cielo era il sudario di un annegato. Georg spinse l’unica porta che si apriva sul fondo del corridoio, che si aprì con un cigolio sinistro. La luce lo accolse, cogliendolo di sorpresa, una luce calda, dorata, del tutto inaspettata dopo la spoglia penombra delle stanze deserte.
Poi scorse il baluginio dei capelli rossi di Gwen e si lanciò all’interno del vasto ambiente. Un istante dopo saltava indietro, soffocando un grido, scorgendo l’uomo che, apparso dal nulla, gli si scagliava addosso con occhi spiritati.
Si diede dello stupido, per quell’assurda dimostrazione di debolezza, e si augurò che sua sorella non fosse nascosta lì da qualche parte, a ridere di lui. Con un mezzo sorriso tornò ad avanzare nel salone, contemplando la figura che, dal grande specchio, gli andava incontro. Il volto sorgeva pallido dal collo della giacca nera, aureolato dal rosso dei capelli che in quella luce si accendevano di riflessi di fiamma. Non c’era un solo Georg che lo fissava, che allungava la mano verso di lui. L’intero salone era rivestito di specchi alti dal pavimento al soffitto, racchiusi in cornici dorate ridondanti di intarsi e fregi. Una folla di Georg lo circondava, perdendosi negli infiniti piani dimensionali creati dalle superfici riflettenti poste una dinnanzi all’altra. Quando sfiorò con le punte delle dita quelle del proprio doppio, fu come se i raggi di una stella di carne si irradiassero da quel singolo punto allargandosi in ogni direzione. Fu colto da un capogiro e interruppe quel contatto. Una piega dolente tagliava la fronte del Georg imprigionato nello specchio. Sembrava sul punto di mettersi a gridare, o di frantumarsi e cadere in mille pezzi. Si voltò verso la porta, solo per scoprire che era scomparsa. Forse l’aveva chiusa, senza rendersene conto, e ora gli specchi lo circondavano da ogni parte, imprigionandolo in un folle gioco prospettico. Si sentì assalire da un panico irrazionale. Che diavolo gli prendeva? Lui era un uomo di scienza! Si trattava solo di suggestione, indotta da un fenomeno di rifrazione perfettamente spiegabile. Era quella dannata casa a sconvolgere la sua mente, a fargli vedere orrori dietro ogni angolo. Quella casa in cui sua sorella sembrava provare un piacere morboso a perdersi, invitandolo a trovarla, ogni volta, lasciando dietro di sé solo l’eco dei passi leggeri, di risate simili a cristallo spezzato. Si guardò intorno, con aria di sfida. Ogni volta che aveva paura, ogni volta che la disperazione prendeva il sopravvento, aveva l’impressione di essere osservato, di avere gli occhi di quell’uomo addosso, a spiarlo, soppesarlo, giudicarlo.
Anche in quel momento poteva quasi raffigurarselo nella mente, intento a guardarlo attraverso una sfera di cristallo, compiaciuto nel vederlo in difficoltà, nel vederlo in trappola. Digrignò i denti e si tirò indietro i capelli fino a sentire dolore alle tempie. Non era così, ovvio. Maurice non aveva nulla contro di lui, non lo considerava nemmeno. Era la sua gelosia a creare quelle chimere, la sua follia. Il pensiero che presto lui l’avrebbe avuta gli intossicava la mente, generando visioni e incubi che non svanivano alla luce del mattino, ma lo perseguitavano fino al tramonto successivo come una corte spettrale. Nello specchio, lui stesso appariva come uno spirito inquieto, evocato contro la propria volontà, strappato dal proprio piano di esistenza e scagliato in quel vuoto siderale. Poi all’improvviso mani sottili lo cinsero da dietro, fantasmi bianchi si aggrapparono al sul petto. Georg chiuse gli occhi, avvertendo il seno di Gwen premere contro la schiena. Se li avesse aperti, se avesse guardato di nuovo in quel caleidoscopio impazzito, si sarebbe scoperto ancora disperatamente solo.
Gwen profumava di neve e fiori, di latte caldo e zucchero. Con gli occhi chiusi Georg si voltò, afferrandola, affondando il volto nella nuvola rovente dei suoi capelli. Quando la sentì gemere, mormorando il suo nome, sentì distintamente gli ultimi brandelli della sua coscienza lacerarsi, e accolse con gioia la follia che si impadroniva di lui.
Meglio pazzo, che senza di lei. Ovunque, pur di non perderla, e se la volontà di sua sorella era di imprigionarlo nel palazzo di un re crudele, avrebbe accettato anche quella condanna, pur di poter respirare il suo respiro, bere la sua anima, stilla dopo stilla, come era stato un tempo, quando erano una sola cosa, un solo essere, come avrebbe dovuto continuare ad essere per sempre.
(Federica Soprani)
On the eleventh day of Christmas
my true love sent to me:
11 Pipers Piping
10 Lords a Leaping
9 Ladies Dancing
8 Maids a Milking
7 Swans a Swimming
6 Geese a Laying
5 Golden Rings
4 Calling Birds
3 French Hens
2 Turtle Doves
and a Partridge in a Pear Tree

Bellissimo. Scusate se non dico di più ma ormai la mia infatuazione per voi donzelle è nota al mondo.
Anche noi siamo infatuatissime 😉
“…barcollano corpi
mangiati dal sesso
baciati dal freddo
riscaldati da niente
luci alternate a buio infinito
maschere grottesche
su menzogne necessarie
di vite dannate
mescolate
a paradisi infernali”
(A.Merini)
Bellissime parole, immagini evocative e conturbanti. Lieta e onorata se in qualche modo abbiamo saputo evocarle nella tua memoria Lucia.