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Mary Kelly & Karl McCoy

Londra

1887

1.

Intinge il pennino di rame, finché l’occhiello non piange una lacrima d’inchiostro. Poi la punta sfiora il bordo del calamaio. Una, due volte. Lo solleva un istante, forse perché le lacrime in eccesso si decidano a venire giù, o forse aspetta solo l’ispirazione. Poi si china tutta sul foglio grigiastro (era carta da macellaio, un po’ chiazzata di marrone) e inizia a scrivere. “Dove hai imparato a scrivere?” Chiede L’Orco avvolto nella coperta. Un Orco che sussurra va messo nella fiaba. Nel diario. Va scritto. “Sono andata a scuola, sai. Non ero poi così povera, da bambina, in Irlanda” L’Orco fa scivolare la coperta dalle sue spalle, così larghe che oscurano i vani delle porte. E’ calda a sufficienza, porta il tepore della sua pelle. Ha il suo odore, nonostante lui abbia fatto il bagno con acqua calda e sapone poco prima. La coperta, lui la drappeggia intorno a Mary, sulle spalle minute, piccoli incroci d’osso, sotto muscolo morbido e pelle rosata come petali. “E cosa scrivi?” Chide Karl. A torso nudo fa ancora più paura: è grande come i giganti delle fiabe, e le sue cicatrici non si fermano al volto, ma scendono, scendono giù, segnano il torace come zampate di belva. Una è talmente profonda che il capezzolo sinistro è amputato. La cicatrice scende sullo stomaco piatto, disegna un riga ormai pallida come latte lungo la resta iliaca e scompare sotto la cintura dei pantaloni. “Le cose che mi succedono” risponde Mary. Guarda su, verso di lui. Karl è per metà in ombra. La parte sana è al buio e allora potrebbe essere un mostro completo, senza occhi, inciso di ragnatele cicatriziali bianche e rosse, con rientranze sbagliate e sporgenze che non devono esserci. Non potrebbe amarlo di più. “E’ un diario? Tieni un diario? Ci sono anch’io?” chiede il mostro. Fa un passo avanti verso il tavolo e la luce debole del lume a petrolio svela l’altra metà. Bello come un principe, un atleta olimpico, una statua del Partenone. A Mary dicono che quelle statue greche siano la perfezione assoluta. Vorrebbe vederne una per verificare di persona. “Ci sei sempre tu, da quando ti conosco. Ascolta” Da sotto il tavolo prende una scatola. E ricolma di fogli e foglietti. Mary pesca e tira fuori un foglietto piccolissimo, color lavanda: “Lui è perfetto. E così bello, così buono. Era notte, è uscito dal buio come uno spettro e mi ha salvata. Vorrei rivederlo. Sempre che non gli dia fastidio che io faccia quello che faccio. Però lo sapeva, doveva saperlo, eppure era lì per salvare me. E’ l’eroe delle leggende della mia terra, ma è metà Cu Chulaìnn e metà è la Morrigan. Se solo mia nonna avesse potuto vederlo”. Karl inclina il capo da una parte: “Non conosco queste leggende. Perché non me le racconti?” Mary sorride: “Potrebbero spezzarti il cuore” Karl si stringe nelle spalle: “Non si spezza quello che è già in frantumi.”

(Vittoria Corella)

On the first day of Christmas

my true love sent to me:

a Partridge in a Pear Tree