Calendario dell’Avvento
1 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Scaglie coperte di arcobaleni sottili come capelli.
I suoi capelli neri, lunghi come attese di forbici mai impugnate.
La piscina d’acqua celeste, cielo rovesciato a lei proibito.
La Sirena di Belial, principe del nulla, carezzava la pelle nuda del suo carceriere.
Amore che riceveva solo crudeltà, donata come una bambola difettosa a predatori in vena d’esotismo.
Eppure la Sirena amava Belial — il suo essere a cavallo di due mondi, due sessi, due anime.
Figlio rinnegato del vertice dell’Impero.
Immerso nella piscina, i capelli biondi con qualche filo grigio, Belial lasciava che le mani palmate del suo pezzo da collezione lo accarezzassero.
Gli artigli di coccodrillo graffiavano fili di sangue talmente sottili da sembrare tatuaggi.
La Sirena diluviava sang real nella piscina, benedicendola col più sacro dei fluidi, e Belial assaporava quel dolore sopraffino, quei disegni effimeri sulla sua pelle bianca e maledetta.
«Sei la mia piccola figlia del mare,» sospirava il non-principe del mondo all’orecchio grondante perle della sua donna-mostro.
«Io amo te,» tentava di dire la Sirena, ma erano suoni senza senso per chiunque non fosse Belial.
«Ti regalerò carne umana, tesoro. Potrai affondare gli artigli negli occhi, banchettare con le budella. Io ti guarderò compiere sacrifici come un selvaggio davanti alla sua sacerdotessa di squame iridescenti e unghioli di gatto.»
«Io amo te,» rispose la Sirena.
Belial sorrise.
2 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Le mani di Maurice. Lisce come sapone, profumate di colonia. Unghie come conchigliette rosee e lucide asciugate dal mare con una spugna bianca. Tendevano, le vene in rilievo, un cordino da tenda intorno al collo di Georg. Occhi come bocche affamate di visioni dolorose, Maurice strangolava nel suo gioco erotico il suo amato cognato, giovane e bello come la moglie. Il sudore sul viso di Georg s’imperlava di sale, il respiro era pesante, lento. L’amplesso si consumava doloroso e mistico. Stringeva forte Maurice e sussurrava blasfemie nella penetrazione, mentre Gwen carezzava il volto arrossato, le gambe intorno ad entrambi, il suo grembo ospite dei corpi di fratello e marito a sigillare che sì, poteva essere, sì poteva andare. Sì, potevano farlo, insieme e per sempre, due uomini annidati nella sua pancia, due amanti diversi e affamati di lei. E nessuno avrebbe saputo della grande macchia di lerciume che si allargava sotto di loro, sul loro grandioso letto a baldacchino, nel candore di mille veli color della neve.
3 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Il dolore è buono.
Lancelot accarezza gli spilli, li allinea come reliquie.
Infila punteruoli sottilissimi sotto pelle. Il dolore è un amico.
Io vivo per il dolore.
Lo consola un mantra folle, il rosario dei suoi mali:
una collana di perle spinose a cui aggrapparsi, per convincersi di essere vivo,
di essere ancora sano di mente.
Da ogni ferita gocciola sangue corrotto dalla sua stessa malattia.
A volte sogna di non avere aghi conficcati nella carne,
ma quella normalità non è più sua. Forse non lo è mai stata.
Desidera il brivido della puntura,
l’umore ferroso che stilla dalle braccia e dalle gambe.
Ha preso a trafiggersi i capezzoli, i lobi delle orecchie,
come fosse un vezzo.
«Anche i marinai lo fanno» si dice.
Sono come loro: in alto mare.
E il dolore è la mia bussola —
tra le onde di Londra, di mio padre, della mia testa bacata.
Lancelot è solo, con le sue punte insanguinate.
Sogna una vita che non avrà mai.
Poi pensa: smetto di sognare.
Ancora uno spillo.
Verserò di nuovo il mio sangue,
e i sogni andranno via.
Raccoglie il secchio, la ramazza.
Gli aghi si spezzano, lui soffre.
Un dolore salvifico.
Sono ancora vivo.
4 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Alice correva con il paniere pieno di stelle di cartone dorato e spago. Bucava una punta per ogni stella con le sue forbicine da cucito. Passava il filo, piantava chiodini minuscoli dalla capocchia piatta. Un fiocco, e le stelle dorate dondolavano lungo le pareti della stanza.
Bussarono.
Nessuno alla porta. Solo una busta bianca.
La raccolse. Sopra c’era il suo nome: Alice.
Alice, torna.
Torna da noi. Noi siamo la tua famiglia.
Quell’uomo è una scusa, un vezzo, un dispetto.
Io sono il tuo vero amore, il tuo amato. Il tuo amante.
Noi siamo fuoco e scintille roventi, vino rosso forte come un tuono.
Lascia quella piccola, squallida casa, quel nulla, quel buco — e torna.
Qui avremo il Natale più bello che ricordi.
Potrai ordinare fiori esotici e stelle rosse, cucinerai l’oca coi lamponi, sugo rosso come la carta dei regali, rosso come la ferita che hai lasciato aperta dentro di me.
Avrai tutto, qui.
Lì sarai povera e non avrai nulla.
Io ti amo.
Firmato: Esteban.
5 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Sul tavolo, una bottiglia chiusa da un tappo di cera. Dentro, aria che pare viva.
“Apparteneva a un marinaio morto in mare.”
Jonas distoglie gli occhi dall’oggetto e guarda Jericho. Non ricorda di averglielo chiesto.
Guarda la bottiglia di sbieco, la mano sul cappello, come davanti a un trucco da fiera.
Il medium sorride. O forse compatisce.
«Vuole uscire,» mormora.
Jonas non risponde.
Poi il vetro si appanna, come per un sospiro. Nessun suono.
Un uomo razionale direbbe che è il calore della stanza.
Jonas aggrotta la fronte. Quella notte non troverà pace.
Le candele tremano ancora, dita pallide che si aggrappano al buio.
Lady Hornfield e i suoi ospiti sono usciti, lasciando dietro di sé profumo di cera e domande senza risposta.
Jericho scivola a lato del tavolo, come se pattinasse su uno stagno ghiacciato. Si china a raccogliere il calice incrinato, lo osserva come si osserva una ferita.
«A volte il vetro si rompe solo per ricordarci che respira.»
Jonas non risponde, gli occhi conficcati nella schiena fasciata dalla morning jacket.
Il medium lo sente alle sue spalle. Il respiro, la presenza, la sfida. Troppo vicino per un estraneo, troppo distante per un alleato.
Si volta, e quando posa il calice, la sua mano sfiora per errore quella di Jonas sul tavolo. Un contatto leggero, come il battito d’ali di un insetto dilaniato tra due fiamme.
Jonas ritira la mano. Jericho resta immobile, osservando, come se il contatto avesse lasciato una scia di luce.
«Andiamo,» dice l’ex ispettore, e la voce suona più roca del previsto.
La bottiglia vibra appena sul tavolo, un sospiro d’aria intrappolata. Fuori, Londra attende, febbricitante e umida.
Jericho prende il cappello, inclina il capo, un gesto di resa o d’invito.
«Volentieri, ispettore. Il Cavour serve un ottimo claret.»
Quando la porta si chiude dietro di loro, la fiamma delle candele si piega tutta da un lato, come a seguirli.
6 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
A un certo punto della notte aveva smesso di piovere, ma Il giardino rischiarato dal sole del mattino odorava ancora di terra bagnata.
Sul tavolo della veranda, Madame Safire aveva steso le carte. Una riga di luce tagliava i disegni: il Matto, la Luna, il Giudizio. Virginia sedeva sullo sgabello, le ginocchia nude e i capelli che le cadevano sugli occhi. Faceva scorrere un dito sul dorso delle carte, senza saperle leggere, ma fingendo di saperlo.
«Ho sognato lo zio Jerry.»
Madame Safire non alzò gli occhi. «Ah, sì?»
«Era tutto rosso. Non come il fuoco… come quando il sole entra negli occhi e non riesci a guardarlo.»
La donna fece scivolare un’altra carta. Il Diavolo. Le dita le tremarono appena.
«E che faceva lo zio Jerry?»
«Dormiva. Ma mi ha guardata. Mi ha detto di non aprire la porta.»
«Quale porta, mia colomba?»
«Quella dove c’è il signore senza voce. Sta in soffitta. Mi ha fatto ciao con la mano, ma la mano era tutta nera.»
Un merlo si posò sul davanzale e gridò due volte.
Madame Safire prese la mano della bambina e gliela voltò, leggendo il palmo come fosse un’altra carta.
«Hai visto altro?»
Virginia annuì. «C’era anche papà. Aveva la faccia bagnata, ma sorrideva. Diceva: Luce, piccola. Luce sotto l’acqua.»
La vecchia lasciò cadere la mano della bimba e chiuse gli occhi. Le carte si rovesciarono, e il vento le mescolò con un suono simile al frullare delle ali.
«Non dire niente al fratellino, tesoro,» mormorò. «Ha il sonno più leggero del tuo.»
Virginia fece sì con la testa, poi corse via, i piedi scalzi che battevano sul legno.
Madame Safire rimase a guardare le carte sparse.
Una era finita capovolta, in fondo al tavolo: La Torre.
Sopra la cima in fiamme, due piccole figure cadevano, mano nella mano.
7 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Taylor ripiegò il tovagliolo della colazione con dita che tremavano ancora d’alcol.
Il maggiordomo gli passava accanto come un’ombra — mani che servivano piatti, voce che diceva qualcosa, niente che valesse la pena di ascoltare.
Indossava di nuovo quei vestiti cenciosi, da mendicante alla tavola dei vivi, mentre sua madre, regina marcia del silenzio, lo guardava con gli occhi lucidi e fermi della paralisi.
Aveva perle al collo, ancora, ma ogni settimana la collana si accorciava.
Taylor le tagliava una a una, quelle perle, come fossero colpe da espiare.
Poi le vendeva ai gioiellieri del quartiere, tra velluto e odore di metallo caldo.
Quanto mi dai per questo?
Era un regalo del colonnello. Mio padre. Credo venga da Palazzo.
Le sue mani sgranavano pietre come un prete sgranerebbe rosari di bestemmie.
Ogni volta, un pezzo della madre spariva — e lei, prigioniera della carne spezzata, piangeva senza voce, con lacrime che sapevano di latte e sale.
Le perle, chicchi di mare impazziti, rimbalzavano tic tic sul marmo, scivolavano via, cadevano nelle tasche luride dei ricettatori.
Casa.
Quale casa?
Solo stanze fredde, muri che sapevano di malattia e di rancore.
Taylor, il tagliagole di Whitechapel, dormiva sui materassi di paglia intrisi di piscio e sangue, rideva con le puttane e gli assassini.
Si era tolto la pelle del figlio e aveva indossato quella del bastardo.
La notte lo prendeva come una madre ubriaca, gli infilava la violenza in bocca e gli insegnava a mordere.
Così Taylor camminava tra i vicoli, sporco di gioielli rubati e di peccati di famiglia,
un principe del fango,
nato ricco,
morto povero dentro,
con il cuore nero come l’acqua nei tombini di Londra.
8 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Sir Damon Davies teneva il giornale troppo vicino al volto, tanto che l’inchiostro gli macchiava i polpastrelli come sangue secco.
La pubblicità della J&J Investigations sfarfallava nell’angolo basso del Times, con quelle lettere finte eleganti, ornate come corone di fiori su una tomba.
Un occhio disegnato.
Un occhio che fingeva di vedere la verità, ma che per lui sapeva solo di menzogna.
Jonas Marlowe.
Quel nome gli saliva alla bocca come un reflusso.
Un assassino fortunato, nient’altro.
Aveva ucciso sua moglie — lui lo sapeva — e poi era riemerso, ripulito, rispettabile, con un’agenzia da gentiluomo e l’odore di carta fresca a coprire la puzza di morte.
Damon lo vedeva ancora: Alice riversa sul letto, gli occhi spalancati, la pelle cerata.
Nessuna passione, nessuna lite. Solo la verità di un corpo morto che gridava più di mille testimoni.
Il vecchio tremava.
Non di pietà, ma di febbre.
La malattia gli aveva scavato dentro piccole gallerie, tane per pensieri che non dormivano più.
Sognava il cappio intorno al collo di Jonas, la lingua che sporge, gli stivali che ballano per aria.
Ma poi la mente si apriva come un taglio più profondo.
Un’altra idea.
Una verità più putrida.
Alice non aveva amanti.
Mai avuti.
Era solo un’ombra che Jonas aveva creato per sporcarla, per coprire il proprio vizio.
Per nascondere ciò che bruciava nelle sue notti.
La sodomia.
La passione proibita.
Jonas e il suo Jericho, due uomini chiusi nella stessa stanza, nello stesso peccato.
Damon lo vedeva, lo sentiva nel midollo, come febbre che non scendeva.
Si passò la lingua sulle labbra secche.
Nel riflesso del vetro vide un uomo consumato dalla giustizia.
O dal desiderio di punire.
Che differenza c’era ormai?
9 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
La sua maledizione: gioventù e bellezza.
Johnny lo comprese il giorno in cui un uomo elegante gli offrì denaro per carezze speciali.
Era ancora intriso di fuliggine, appena uscito dal comignolo. Nel nerofumo della caligine, i suoi occhi parevano zaffiri incastonati nel carbone, e la bocca, imbronciata, aveva il taglio innocente e crudele dei santi nei dipinti.
L’uomo, che lo aveva guardato lavorare in silenzio, non aveva mai smesso di studiarlo. Forse si chiedeva quanto potesse costare un piccolo miracolo annerito.
Johnny aveva l’aura dei cuccioli dimenticati in un cestino di vimini: pronti per essere raccolti, lavati, nutriti — e poi amati, finché non si rompono.
— Sei sporco di caligine, — disse l’uomo, con un sorriso paterno. — Vuoi farti un bagno?
— Io non posso, signore. —
Johnny guardò la punta degli scarponi di suo padre: troppo grandi, impossibili da riempire. Da quando l’uomo di casa era fuggito verso la costa, toccava a lui mantenere la famiglia.
Camini, stalle, secchi, carbone, carrette. Tutto il mondo ridotto a un colore solo: il nero.
— Fatti un bagno, per me. Ti darò qualcosa.
Qualcosa: parola magica.
Johnny non aveva mai tenuto in mano una banconota vera. Ci voleva un mese intero di lavoro per guadagnarne una.
Guardò l’uomo e, per la prima volta, si permise un sorriso. — Perché no.
Tese la mano. — Dammi.
L’uomo la ritrasse. — Prima svestiti.
Johnny inarcò un sopracciglio. — Prima i soldi, poi mi guardi. Prima la banconota sul mio palmo, poi diventiamo grandi amici.
L’uomo rise piano. — Sei del mestiere, dunque.
— Ovvio, zietto. — Johnny mostrò i denti, bianchi come gesso sotto la fuliggine. — I soldi. E divento il suo nipotino affezionato.
Non disse: mia madre potrà sfamare i piccoli.
Non disse: questa notte dormiremo con la pancia piena.
Disse soltanto:
— Sarò un meraviglioso amichetto, signore. Garantisco.
E il sorriso che seguì era il primo, vero peccato della sua infanzia.
10 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Harper McLeay è indifferente all’obitorio di Inverness.
Entra senza tremare: lo sguardo scivola sui corpi bianchi, gelidi come statue di cera e neve.
Da quando è tornato da Londra — dopo aver detto addio a Mary — ha sepolto il pensiero di lei.
Ma oggi, sul tavolo anatomico, c’è un corpo nuovo.
Capelli rossi. Segni di strangolamento. Lividi intorno al collo, macchie rosse nella sclera.
Ha la stessa età di Mary.
Harper si avvicina.
Il patologo indossa il grembiule cerato.
«Omicidio», sussurra Harper.
«Avete visto i segni, detective?»
Harper si china.
Mary, Mary, Mary.
Amata mia.
Dove sono le sue cose?
Il medico indica un piatto di metallo: cinque centesimi, un mazzetto di viole appassite, un fazzoletto ricamato.
Una scatolina di caramelle. Una fede.
I vestiti sono impilati su una sedia. Strappi nel corpetto, calze parigine, stivaletti.
Poi torna a guardarla.
Non è bella come Mary Kelly,
ma Harper, per la prima volta, trema di fronte a un cadavere e pensa: lui non le farebbe mai del male.
L’Orco la ama.
Ne sono sicuro.
Il dottore gli porge una pezzuola.
«Detective, state piangendo. Asciugatevi gli occhi.»
Harper si sfiora il viso.
Lacrime. Non se n’era accorto.
Esce di corsa dall’obitorio, verso l’aria tagliente.
Mary è viva. Mary è viva.
E io, qui, devo prendere un assassino.
11 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Accompagna mia figlia Boudicca. Vuole fare compere.
Victor annuisce.
Porta una Webly nella fondina sotto l’ascella, capelli neri lisciati dall’olio di macassar.
Esce dall’ufficio di Mr. Lovelace.
Le cameriere sono combattute: innamorarsi di lui o tremare al solo vederlo.
— Da dove viene? — chiede Sarah a Beth.
— Sudamerica.
— Oh, così lontano.
Victor sente i bisbigli: “Avvisate Miss Boudicca che andiamo alla Burlington Arcade.”
Corrono via come topolini, lanciando sguardi di fascinazione e inquietudine al signor Miranda del Sudamerica.
Boudicca ci mette tutto il tempo che vuole.
Victor la aspetta ai piedi delle scale, occhi conficcati verso il corridoio della sua camera. Non sorride.
Ma quando Boudicca appare, la maschera si incrina.
— Mia piccola. Mio tesoro.
Vorrebbe pensare ti amo, ma non se lo permette.
Non deve. Non può.
Sono solo sussurri di dolcezza in un mondo brutale che Victor domina: cuore di tenebra e occhi pieni di lei.
Le porge il braccio:
— Andiamo a rapinare una modista a Piccadilly.
Lei ride.
— Mi fai ridere, Victor.
Il maggiordomo apre la porta ed escono nella giornata fredda e assolata.
Victor poggia la mano guantata su quella di lei che lo stringe per il gomito.
— Voglio che tu ti diverta. Sempre.
12 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
L’aria sa di ferro.
Non lo sente col naso, lo sente la lingua, come un sapore metallico che si deposita dietro i denti.
Quando accade, Harper MacLeay sa che il momento è arrivato. Il cervello gli si accende come una macchina perfetta: un clic, un calcolo, un allineamento.
Il resto — il freddo, la fame, la pioggia che cade di traverso — svanisce.
Nella brughiera non c’è nessuno, solo lui e l’uomo che deve prendere.
Karl McCoy. “Bonnie Prince Charlie”. Il ladro gentiluomo di cui la gente canta nei pub, con la voce ubriaca di malinconia. Il cui nome fa tremare le donne, e non solo di paura.
Harper ne ha studiato le tracce per settimane. Sa che tiene il fianco sinistro scoperto quando cammina, che dorme con la testa rivolta a ovest, che quando ride – quando lo fa – abbassa lo sguardo.
Tutto questo gli basta.
Lo vede ora, in piedi su un masso, la camicia bianca che cattura il vento, il profilo che pare scolpito, sbalzato come argento nella luce del crepuscolo.
Un uomo bellissimo. Inutile negarlo. E questo nonostante lo stia braccando da settimane, costringendolo a sfidare il fango, le tempesta.
Harper lo pensa con lo stesso distacco con cui si osserva un animale raro: lo splendore non lo emoziona, lo irrita. La bellezza, per lui, è rumore di fondo. Distrazione.
«Karl McCoy.»
Karl si volta. La distanza tra loro è esatta: sette passi.
Harper li conta in automatico.
Karl lo osserva, chinando la testa. Sembra stanco.
«E così sei tu il mastino.»
«Sono colui che ti trova.»
«E dopo che mi hai trovato?»
«Ti prendo.»
«Non hai l’aspetto di un poliziotto.»
«E tu non hai quello di un santo.»
Il ladro sorride.
Harper registra mentalmente l’angolo del sorriso: tredici gradi circa, appena inclinato verso sinistra.
Un segno di ironia, ma anche di resa.
«Mi hanno ordinato di prenderti.»
«E tu obbedisci sempre agli ordini?»
«Quando hanno senso, sì. Hai ucciso un uomo.»
«Ho ucciso un uomo. Non doveva succedere.»
Una pausa.
Harper sa che quell’uomo non scapperà. Lo ha già capito dal modo in cui respira: ritmato, costante, senza scatti di paura.
Sa anche che dietro quello sguardo c’è un abisso, ma non è il suo compito guardargli dentro.
La pioggia cade fitta come sabbia.
Quando si muove, è come un automa. La pistola si alza, la mano dell’altro si abbassa, il coltello cade.
Un gesto. Uno solo. Semplice. Pulito.
La distanza tra loro si chiude come una ferita.
Le manette scattano con un clic che gli dà una soddisfazione quasi estetica.
Il suono preciso, giusto, come una chiave che entra nella serratura giusta.
Harper lo osserva. Il volto, perfetto. Il suo, invece, riflesso nell’acqua, pare una caricatura: sproporzioni, ombre, difetti.
Per un istante sente la differenza tra loro come una frattura nella realtà. Forse la bellezza aveva bisogno del suo contrario per compiersi.
Forse la sua leggenda aveva bisogno di un finale.
Poi tutto torna silenzio.
Harper non prova colpa, né orgoglio.
Solo la certezza fredda di aver chiuso un’equazione.
Un uomo trovato, un uomo preso.
Fine dell’incognita.
Eppure, mentre gli agenti arrivano e le lanterne arancioni tagliano la pioggia, pensa che qualcosa, nel suo cervello così ordinato, ha cominciato a stonare, come una nota tenuta troppo a lungo, impossibile da zittire.
La leggenda finisce lì, nel riflesso arancio di una pozzanghera.
E nella mente dell’ispettore MacLeay, un pensiero appena nato si mette a camminare da solo, dritto, instancabile, come un automa.
Lo avrebbe rivisto, prima o poi.
13 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
A child was thrown to the teeth of the yard,
and the night itself learned how to scar.
La trascina nel cortile. Le dita le affondano nel braccio, dita grosse, rosse, sporche di birra e bestemmie.
Non la guarda mai davvero, quando la muove: la tira come una cosa, non come una figlia.
«Tienila ferma» borbotta a qualcuno che non c’è.
Sta parlando nel vuoto, ma questo non lo ferma.
La spinge oltre la staccionata. Il vestito resta impigliato ai chiodi mal battuti, il legno le raschia la pelle magra delle gambe. Un attimo dopo, Deirdre cade a faccia in giù nella paglia, nel fango, nel tanfo dolciastro dei maiali. Hanno fame. Sempre.
Il primo morso è un lampo. Il secondo fuoco. Il terzo strappa un pezzo di lei che non tornerà mai più. Poi un altro. E un altro. Lei urla, ma l’aria taglia più dei denti.
Sente qualcosa che cede sulla guancia, qualcosa che cola sul collo, qualcosa che non dovrebbe essere fuori e invece è lì, esposto. Il mondo diventa un lampo rosso, poi nero. Il nero è meglio.
Quando la tirano fuori—due vicini, forse, o suo padre che ha cambiato idea—lei non sa se è viva, se è morta. Non sa più chi è. Sa cosa non potrà essere mai.
A bride was taken by the sharpened steel,
and the morning sang what no heart should feel.
A Canary Wharf la pioggia non smette mai. Nemmeno dentro le case.
Il barbiere la guarda come si guarda un oggetto di seconda mano. Un uomo che sa trattare le lame, ma non le donne.
Quando il barbiere la sposa, lo fa come si sceglie una scodella scheggiata: senza pensarci troppo.
La prende. Paga. Chiude la porta. Le sue mani sono lisce, morbide, troppo civili per un posto come quello.
Ma gli occhi… gli occhi non le chiedono niente. E questo è quasi peggio.
Nella bottega, le lame cantano. La casa ha un suono preciso: scrrrr—scrrrr, lama sulla pietra.
La pietra affila il metallo, il metallo affila il silenzio.
Scrrr—scrrr—scrrr.
Lei passa le giornate a pulire, a spazzare, a stare zitta.
Il barbiere parla poco. Non la guarda mai.
La notte la tocca, ma troppo a lungo, e questo, sì, è un sollievo.
Quando lui ha finito lei non dorme. Le notti sono brevi, storte, piene di rumori che non hanno nome.
Qualcosa dentro di lei veglia sempre, come un animale che aspetta l’attimo giusto per mordere.
E poi un giorno lo trovano sulla sua sedia, in bottega. La gola aperta come un secondo sorriso fatto male. I suoi stessi rasoi lucidi di rosso, nella luce pallida mattino.
La polizia entra, sussurra, misura, scrive. Lei è in un angolo, schiena contro il muro.
Nemmeno loro la guardano.
Non le parlano.
Non la toccano.
Ma la chiamano con un nuovo nome: la vedova.
E Deirdre Collins si volta di lato, così che il mondo possa vedere soltanto il profilo rimasto intatto.
L’altro lo tiene per sé. Come una pistola carica.
Come una promessa.
14 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Susanna Lace si pettina lentamente, la frangia biondo-ghiaccio a velare i lividi. Un viso d’angelo uscito da un pandemonio di botte: fiori violacei sbocciati sulla pelle. Forse piange. Ma non per il dolore, né per l’umiliazione. Piange pensando a ciò che gli farà quella sera, a quel tributo di lacrime che lui non potrà rifiutare. Apre il cassetto. La minuscola Derringer la attende: metallo e madreperla, un gioiello letale. La soppesa, la punta verso la propria immagine riflessa. Una sola certezza: non tremerà. Non quando farà un buco in testa ad Anthony Lace, marito dalle mani pesanti. Immagina il foro: piccolo, perfetto, un terzo occhio di morte. Un rubino sacro incastonato al centro della sua fronte, come un voto indù. E dopo? La impiccheranno. Lo sa. Ma che importa. La sua vita è finita con il primo pugno: da allora ogni giorno è stato soltanto una veglia funebre. Un cappio non è più nulla: un attimo di dolore, confusione, poi il buio. Fuori scende la sua ultima sera da innocente.
Domani nascerà assassina.
E questa volta, finalmente, lo sceglie lei.
15 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Jonas prende appunti e, come sempre, morde la matita: sembra voglia mangiarsi il caso, farselo scorrere tra i denti e digerirlo d’istinto. Ma poi usa la testa. Addenta matite e sputa schegge, non conclusioni affrettate.
Peter lo osserva.
«Sir?»
Jonas solleva lo sguardo, richiude la pratica con un colpo secco.
«Dimmi, Hicks.»
Peter sorride esitante. «Volevo darle questo.»
Un pacchetto piccolo, carta rossa croccante, fiocco dorato. Troppo festivo per quell’ufficio che sa di pioggia e inchiostro.
Jonas lo fissa. «Un regalo?»
«Per il matrimonio, sir.»
Jonas scarta il rosso e l’oro. Una scatolina. Una gioielleria. «O perbacco, Hicks. Ma che ti salta in mente?»
Dentro, un medaglione d’argento. Il ciondolo si apre con un clic lieve. Una sola foto: il distintivo di Jonas, lucido e severo. L’altra metà è vuota, un ovale nero, come una stella spenta.
«Non avevo una foto di Miss Alice, sir,» si scusa Peter, abbassando lo sguardo.
Jonas non risponde. Il vuoto lo punge più del dovuto. Un piccolo dolore, un movimento involontario di colpa. Non ha una foto di Alice. Non ne hanno mai fatta una insieme. Fidanzati, eppure evanescenti sulla carta.
Un errore. Una dimenticanza. Un presagio?
Come ha potuto lasciare un’assenza così nitida?
Peter nota il disagio. «Non vi piace, detective?»
Jonas chiude il medaglione, il metallo che scatta come un segreto sigillato. «No. È molto bello, Hicks. Lo terrò sempre con me.»
E sa che, prima della notte, dovrà rimediare a quell’ovale buio. Prima che il buio si rimpiazzi da solo.
16 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Andrew Bellamy divide il letto con Diana Blackmore.
Non fanno mai l’amore lì.
Le sale dei giochi sono più adatte. Oscure.
Tendaggi viola e neri. Ferri da scalco allineati come lame chirurgiche su tavoli anatomici.
Bellamy posa la testa bionda sul grembo della sposa.
“Domina,” sussurra.
Lei lo culla. Lo accarezza. Sospira.
Lo schiavo perfetto. Lo ha reso tale.
Forse lo ama. O lo ha sempre amato.
Stringe i denti al dolore. Scheggia i denti.
Copre i lividi da scudiscio con cerone e cipria.
“Mi amerai sempre?”
“Per sempre.”
“Soffri, amato mio?”
“Immensamente. Soffro e gioisco. Ho bisogno della tua crudeltà sulla mia pelle.”
Ogni graffio. Un decoro segreto.
Ogni livido. Un fiore oscuro.
Profumo dei nostri corpi intrecciati.
Diana passa le dita tra le ciocche dorate.
Sorride.
“Io e te siamo nati all’inferno dello stesso peccato.”
“Oh, lo so,” mormora Bellamy.
“Tu la frusta. Io il dolore.”
E la stanza sembra respirare con loro.
Ombre lunghe si allungano sui muri, tendaggi tremanti come ali di pipistrello.
L’aria sa di cera nera, di cuoio e di sangue secco.
Le fiamme delle candele si piegano.
Sussurrano nomi dimenticati.
I ferri sul tavolo brillano. Accecano. Promettono eternità.
Diana si china su Bellamy.
Un sorriso di ghiaccio, un tocco che brucia.
“La nostra devozione non finirà con la carne,” dice.
“Vivranno le nostre ombre. Nel dolore, nell’oblio. Per sempre.”
E lui chiude gli occhi.
Sente la loro oscurità fondersi, un fiume di piacere e tormento che scorre sotto la pelle.
E nella penombra la loro unione è un rito.
Un patto col demone che abita ogni stanza del loro mondo.
17 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
La vigilia di Natale Londra sembra più fredda del solito. Il vento scivola tra le pietre della St. Thomas come un animale che cerchi una tana. Seth Finnegan tira su il bavero del cappotto e resta sulla soglia della chiesa, il respiro che gli esce in bioccoli bianchi.
I ragazzini sono stati mandati a casa.
La navata è deserta.
Finalmente.
È solo allora che il Connemara torna a gocciolargli nelle ossa.
Chiude gli occhi un istante. Non dovrebbe farlo. Non qui, non da solo. Ma il profumo dell’erica e del caprifoglio sembra insinuarsi dalle assi marcite del pavimento, e lui si ritrova ancora una volta su una collina battuta dal vento, con il mare che splende troppo forte, come se volesse accecarlo per impedirgli di guardare altrove.
E quel “altrove” ha un volto.
E quel volto lo perseguita.
Le sue mani, quelle mani forti che non hanno mai tremato in una rissa, ora tremano. Le infila nelle tasche. Le serra. Ma l’immagine ritorna comunque, tenace, come solo un peccato sa essere.
Un uomo biondo, occhi gentili, sempre un po’ ombrosi quando rideva.
Seth inspira piano, come se avesse il petto fasciato.
Non pensa il suo nome. Non lo pensa mai.
Perché basta un nome per riportarlo indietro sulle colline, dove il vento del Connemara gli apriva la giacca come una mano impaziente, come una mano che lui avrebbe voluto stringere.
Pensa alla luce, quella luce che si posava su ogni cosa come un segreto.
Mai abbastanza forte per scacciare l’ombra. Mai abbastanza debole per nasconderla.
La stessa luce che cadeva sul volto di lui mentre sorrideva senza malizia, senza intenzione, senza sapere.
O forse no.
Seth Finnegan si ferma nel mezzo della navata.
Le sue dita nelle tasche tremano un istante, un solo istante, sufficiente a smentire tutti gli anni trascorsi a Londra, tutti gli inni, tutti i rosari, tutti gli alibi, tutte le scuse.
Il Connemara è dentro di lui come un taglio che non guarisce.
Gli striscia sotto pelle quando chiude gli occhi: l’erica violetta, l’odore del mare che graffia, la porta della casa che sbatte al primo soffio, e lui dietro quella porta.
Il marito di sua sorella.
Un profilo contro la finestra, la luce che gli disegna le ciglia, il tepore della stanza, lui che alza lo sguardo, che sorride come se Seth fosse ancora un ragazzo e non un uomo in guerra con sé stesso.
Una frazione di respiro. Una vicinanza che non accade davvero. Ma accade.
Come il lampo prima del tuono, come una promessa che non osa diventare parola.
Seth inspira. Brucia. È sempre così.
Non è peccato ciò che lo fa bruciare.
Il peccato è che gli manchi ancora.
Le candele tremano.
Londra sembra più fredda quando ricorda.
Nel cuore vuoto della chiesa Seth Finnegan sente tutto ciò da cui è fuggito: il vento, la luce, il calore proibito di una stanza che non esiste più, e quel nome che non pronuncia mai perché è l’unico che gli farebbe crollare il petto.
Apre gli occhi.
La navata è gelida.
Il Connemara no.
Il Connemara brucia.
E lui è venuto a Londra per spegnersi.
Ma ogni volta che chiude gli occhi, una scintilla torna ad ardere.
18 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Uno specchio ovale, montato in una cornice dorata: turchesi, lapislazzuli, onici incastonati come gemme che sbocciano in fiori di pietra.
Da dove viene?
Madame Safire dice Italia. A volte Portogallo. Dipende da quanta tisana d’assenzio ha bevuto. Non si ricorda mai davvero.
Nella casetta di Epping, quando il vento smette di battere contro le imposte e la stufa sibila di quiete, Virginia Safire si affaccia all’oculus di vetro, l’anima argentata dello specchio. E parla con la Bella Signora.
La Bella Signora ha capelli biondi, arricciati e tirati su, fermati da rose di cristallo.
Sulle palpebre porta polvere color sangue secco e righe sottili di nerofumo.
Le labbra, imbronciate, rosse e lucide come un peccato lucidato da mani esperte.
Indossa un vestito da ballo in tutte le tonalità del rosso: ciliegia, amaranto, rubino, carne cruda, gola tagliata.
La Signora posa una mano coperta da un guanto scarlatto sul lato interno dello specchio. Non parla mai.
Osserva soltanto.
Virginia le oppone il palmo minuscolo. Sorride.
«Mamma», la chiama.
La donna fatta di rose Baccarat e sequin non sorride mai.
Mai.
Tranne oggi.
Oggi la Signora rossa compare bianca dalla testa ai piedi.
La camicia da notte di tela dozzinale.
La pelle lattiginosa come neve pestata.
I riccioli biondi rasati, un’ombra di capelli che sembra cenere.
E questa volta parla.
Un soffio.
Un filo d’aria spaccato.
«Verrà maledetto.»
Un sussurro, come un ago che scivola nella carne.
«Pagherà ogni cosa.»
Infine, un bisbiglio, più freddo dell’Epping Forest in dicembre: «Sono morta.»
Virginia si copre gli occhi con le mani.
Quando li riapre, il sorriso della Signora è cambiato: si allarga piano, mostrando una piccola fessura tra gli incisivi.
La stessa che ha Virginia.
E nello specchio, per la prima volta, la bambina non vede più il volto di una sconosciuta.
Vede il proprio futuro.
19 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Ho venduto la mia anima perché credevo non avesse valore.
Kirill lo sussurra all’orecchio di Lena, nella sera in cui hanno fatto l’amore per la prima volta.
Szandor lo sa. E loro sentono il suo sorriso attraversare il buio: un Figlio Rosso del Mattino e la sua Donna Scarlatta.
Lena reclina il capo sulla sua spalla.
«Se la tua anima non valesse nulla, il nostro Signore non si sarebbe nemmeno preso la briga di reclamarla. Io invece ti vedo: scritto nelle stelle, tracciato con gesso bianco sulla lavagna del mondo. Ti vedo divorare il sole.»
Kirill le sfiora il capo.
«Vorrei vederlo anch’io.»
«Oh, ma puoi.»
Lena gli posa una mano sugli occhi.
«Guarda le stelle che disegnano il tuo nome. Guarda il sole che si spegne nella tua bocca.»
Kirill vede. E sorride.
«Sei la figlia prediletta del Mattino.»
Lena si intristisce.
«Eppure un giorno morirò per il Mattino.»
«Mai.»
Kirill le scosta le dita affilate dagli occhi.
«Andremo dritti alla Porta del Mattino.»
Non le dice l’ultima verità: morirete tutti. E io, un giorno lontano, vi seguirò.
Fratelli miei: Kirill, Kovacs.
Padre mio: Szandor.
Il potere costa. Sempre.
20 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Quando Peter Hicks si risveglia e apre gli occhi, è cieco.
No: è il buio.
Poi, piano, sbocciano fiammelle dorate. Candele. L’odore dell’umidità, gocce che si sporcano di terra, ragnatele come gioielli appesi. Festoni di polvere, archi di pietra, volte a botte da cui penzolano lanterne spente da anni. Fa freddo — un freddo che entra come un chiodo — e Peter si stringe nelle braccia prima di capire che un nome non ce l’ha. Non è nessuno.
Nel buio puntinato di lucciole, nel gelo che stringe le ossa, non conosce altro. Apre la bocca e inspira dolore: costole incrinate, gola scorticata da grida, sangue secco incollato alle labbra. Vorrebbe dire una sola cosa: io sono.
Intorno, ratti e uomini. Bambini e donne che avanzano di un passo. Occhi rossi, sorrisi storti. Scheletri che respirano, spiriti appena nati dalla muffa, presenze angeliche col volto spezzato.
Chi sono? vorrebbe sussurrare alla moltitudine del pandemonio. Ma non ricorda come si fa a parlare.
L’uomo che avanza apre la folla in due ali.
Ha rughe come cicatrici vecchie di secoli, occhi infossati, capelli lunghi annodati di grigio e nero. Un cappotto troppo grande, rosso scuro; da esso si sollevano spore, macchie, una caligine che gli fa da strascico.
«Parla», dice l’uomo.
E Peter inspira la puzza del mondo di Sotto: neve marcia, condensa, pietra bagnata, vita che marcisce. E infine urla, con ciò che gli resta della voce:
«Io… chi sono?»
Tutti indietreggiano.
Tutti tranne l’uomo fatto di muffa e ombra.
«Sei il dono del Sopramondo che mi è stato promesso», dice.
«Ti chiami Ozymandias. E io sono tuo padre.»
21 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Imogene ha il cuore in gola.
Un uccellino preso al laccio, tutto timore e tremore. Bussa alla porta di Fine del Mondo. Controlla l’indirizzo: è quello. Coraggio, si dice. E subito si risponde: ma quale coraggio.
Ha compiuto da poco la maggiore età e l’hanno messa alla porta dell’orfanotrofio dove è cresciuta fra dispetti da signorine e cattiverie di ragazze che vedevano solo la strada nel loro futuro. Coraggio, ripete. E alza la mano per bussare di nuovo.
La casa è una magione stuccata di oro e sole: decorata di stelle, pianeti, sirene e draghi che si avvolgono sulle finestre come fossero vivi.
Quando la porta si apre, Imogene sgrana gli occhi.
Non ha mai visto un uomo più bello: capelli come inchiostro liquido, labbra rosse come chicchi di melograno, occhi che paiono schegge di paradiso, e una polvere di fata che lo segue come una firma silenziosa.
— Sì? — chiede lui.
Imogene è già perduta.
— Sono Miss Tipperary… l’annuncio da governante dice…
L’uomo fatto di tutto ciò che rende brillante vivere le prende la lettera dalle mani:
— Oh. Uff. Sì…
Imogene sprofonda: non cercava nessuno. O non cercava me.
Lui infila la lettera nel gilet.
— Jonas è qui. L’abbiamo trovata.
Dalle scale compare un giovane non così bello ma magnetico: capelli rossi, aria seria da chi non ama tergiversare.
— Uh. Sembra a posto. A te piace, Jericho?
— Moltissimo. Infinitamente. Lei ci piace.
L’unico guaio… — riflette Jericho — ho un guardaroba infinito. Dovrete stirare molto. Stirate bene? E poi… ma chi se ne importa: di che segno siete?
Imogene spalanca la bocca.
— Che segno?
— Insisto — fa Jericho, imperturbabile.
— La stai tenendo sulla porta — borbotta Jonas. — Oh, entrate! Entrate!
La casa la inghiotte. È una tana di bianconigli con l’orologio, regine crudeli, tazze da tè e carte da gioco appese come stendardi.
— Scorpione — dice Imogene.
Jericho si rabbuia teatralmente:
— Uh, precisina. Esigente. Ci sopporterete?
Imogene fissa un mobile pieno di cimeli egizi.
— Cosa significa?
Jericho le prende la mano con una naturalezza che la fa sussultare:
— Aspettavo la vostra visita. Vi ho vista in sogno. Benvenuta nella mia famiglia, Imogene Tipperary.
Le sfiora il dorso della mano con un bacio leggero.
— Scusatelo — sospira Jonas. — È fatto così.
22 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO

Szandor Ferenc, figlio dell’inverno e della neve, non conosce altri colori oltre il bianco e il rosso rubino dei suoi occhi. Ha il candore di una fata, e di una fata porta i denti aguzzi. La famiglia lo tiene nascosto in una torre del castello, come un segreto troppo pallido per vedere il sole.
Szandor legge di principesse dai capelli talmente lunghi da calare trecce fuori dalle finestre, per far salire i principi. Per questo ha deciso che non taglierà mai i suoi capelli d’argento: ora scendono in trecce stregate, in attesa di un principe che meriti la scalata.
E una notte, il Principe del Mondo arriva.
Szandor sente il Mattino aggrapparsi ai suoi capelli: insetto, scorpione, tarantola. Piccoli pesi vivi che tirano le ciocche di ghiaccio. All’altezza dell’orecchio, il Principe del Mondo bisbiglia una blasfemia. Per Szandor ha il suono perfetto della vendetta e del potere.
I suoi capelli brulicano di creature velenose. Szandor ride, e parla al Mattino.
«Io ti ho scelto» mormora il grande Signore Osceno. «Di’ soltanto una parola, e nessuno sarà salvo.»
Szandor sfila una tarantola dai capelli: le zampe di velluto terminano in un uncino minuscolo. Sulla mano, l’animaletto non si solleva per mostrare le zanne feline.
«Mio Signore. Stella del Mattino. Fammi tuo strumento.»
Dalle trecce cadono blatte, scorpioni, vespe nere, pungiglioni grondanti veleno. Szandor è felice, come nelle fiabe oscure. Ha trovato il suo Principe. Ha fatto bene a non tagliare mai i capelli.
Muove qualche passo: le zampette dure degli insetti ticchettano sul marmo. La porta, finalmente, non è più chiusa a chiave.
Szandor afferra la maniglia.
Apre.
Ed esce a prendersi il mondo.
23 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Le dita gli raccolgono il ricciolo troppo lungo. Lo accompagna dietro l’orecchio: una codina di visone dietro una conchiglia nello scrigno delle curiosità. Jonas fa piano, per non svegliarlo. Jericho ha esagerato col claret. Succede sempre quando arriva il Natale. Le vetrine brillano; lui, invece, si scurisce. Gliel’ha detto mille volte: odio il Natale. Nella Casa Nera — non più nera, ora — le cose sono un po’ migliori.
La Casa alla Fine del Mondo era una gemma affilata troppo a lungo, impossibile da stringere senza ferirsi. Meglio che sia arsa. Il Natale gli restituisce l’errore più splendido della sua vita: essersi concesso a un Mago e alla sua donna. Momenti felici barattati con anni di tormento. Jonas sa bene che cosa significa contorcersi sotto il macigno dei ricordi. E quel Natale, tanti anni fa, Jericho ha conosciuto la frana. Il maremoto. La terra che si spacca. La mente sconvolta che lo scaglia oltre il bene. Da allora solo peccati. Che Dio mi aiuti a morire, e mi mandi all’inferno da te, amato mio, Mago meravigliosamente crudele ed egoista.
Ora ci sono io, gli bisbiglia Jonas all’orecchio. Abbiamo perso. Ma ci siamo trovati. E le storie che sono nate dopo, ormai, le conoscono in molti. Alcuni ci amano. Altri ci odieranno per sempre. Le nostre storie, Jericho Shelmardine: medium e truffatore, amato da Jonas il detective. Le nostre storie.
24 DICEMBRE - LEGGI IL RACCONTO
Vigilia di Natale, Londra, 1955
Stranger In Paradise (Original) Tony Bennett
Il giradischi frusciava piano, come la neve che cadeva sui tetti di Bloomsbury, quel suono ipnotico che precede la musica, promessa di bellezza mescolata a malinconia. La puntina, un po’ stanca come il suo padrone, esitò per un attimo sul bordo del vinile nero come una ballerina che prende fiato prima di lanciarsi nel pas de deux. Poi trovò il solco e si lasciò scivolare dentro la voce vellutata di Tony Bennett, calda come brandy versato in un bicchiere antico:
Take my hand
I’m a stranger in paradise
All lost in a wonderland
A stranger in paradise
Jericho Marmaduke Shelmardine stava seduto nella sua poltrona di velluto verde bottiglia accanto alla finestra. Il tessuto era consumato sui braccioli, lucido dove le sue mani si erano posate migliaia di volte. Indossava il cappotto di lana pesante color carbone, quello che Jonas gli aveva regalato in un inverno infinitamente lontano, con le tasche sfondate e l’orlo leggermente sfilacciato. Le dita sottili, ancora eleganti nonostante l’età le avesse rese translucide come carta velina, stringevano il bastone d’ebano con il pomo d’argento — una testa di corvo con occhi di onice che sembravano sempre guardare altrove, verso dimensioni che gli umani comuni non potevano vedere.
Gli occhi di Jericho, sempre celesti, sempre innaturalmente lucidi come porcellana cinese bagnata, fissavano il vapore che il tè caldo lasciava salire dalla tazza. Quella nebbia effimera gli ricordava sempre i fantasmi che aveva evocato da giovane, durante le leggendarie soirées nel West End, dove era il protagonista indiscusso, il beniamino di torme di vecchie vedove affamate di ignoto e di carne giovane. O forse evocava in lui il pensiero del respiro dei morti che lo accompagnavano da una vita intera.
Fuori dalla finestra, Londra si preparava al Natale con la sua sobria eleganza britannica ereditata dalla fine della Guerra: i lampioni a gas gettavano macchie di luce arancione sulla strada bagnata, e qualche passante affrettato camminava a testa bassa, col bavero alzato contro il freddo che mordeva le ossa.
Un’ombra attraversò la stanza, silenziosa come il pensiero. Virginie, la schiena ancora dritta come quando spiava nei caffè di Parigi per conto dell’Intelligence, scivolando tra i tavoli come un gatto nero tra le siepi, entrò portando un vassoio d’argento appannato. I suoi capelli, raccolti in uno chignon severo, erano ormai più sale che pepe, ma gli occhi, quegli occhi grigio acciaio che avevano visto troppe cose, tradimenti e codici cifrati, morti necessarie e amori impossibili, conservavano ancora la loro luce acuta, pericolosa.
Indossava un cardigan di lana color prugna e una gonna di tweed pesante. Niente gioielli, mai. Solo un anello semplice all’anulare destro, eredità di una donna che non aveva mai conosciuto, ma di cui portava il retaggio nel sangue.
«Hai rimesso su Borodin travestito da musical, papà?»
La voce le uscì con quella punta di ironia affettuosa che usava per mascherare la tenerezza. Non lo chiamava quasi mai così. “Papà” era una parola che si era riservata per occasioni rare, come se usarla troppo spesso potesse consumarne il significato. Ma la Vigilia di Natale aveva sempre avuto questo potere strano, alchemico: sciogliere o indurire tutto, rendere possibile l’impossibile, perdonare l’imperdonabile.
Jericho sollevò il viso lentamente, come se quel movimento gli costasse uno sforzo immenso. Le rughe attorno ai suoi occhi si approfondirono in una rete di storie vissute, cicatrici invisibili di decisioni che avevano cambiato destini.
«Non riesco a dormire senza questa canzone,» mormorò, e la sua voce era roca, graffiata dal tempo, ma ancora capace di quella cadenza particolare, che un tempo aveva ipnotizzato i salotti londinesi. «C’è… un richiamo. Come se qualcuno, da qualche parte, stesse ancora ascoltando con me.»
«È nostalgia, non magia,» rispose Virginie, posando il vassoio sul tavolino accanto a lui. Il metallo tintinnò leggermente contro il legno.
«Per me è la stessa cosa.» Un sorriso gli piegò appena le labbra, amaro come assenzio. «Dopo una certa età, cara mia, la distinzione svanisce. Tutto diventa un unico grande sortilegio di ricordi.»
Virginie si tolse i guanti di lana e li appoggiò ordinatamente sul bracciolo della poltrona di fronte. Nella sua libreria esoterica al piano di sotto, quel pomeriggio, aveva fatto le carte dei tarocchi a una giovane donna in cerca di risposte sull’amore, una ragazza dai capelli rossi e gli occhi pieni di speranza, il tipo di speranza ingenua che Virginie aveva perso decenni prima, sepolta sotto strati di cinismo guadagnato metro dopo metro nei corridoi bui dell’Intelligence.
Aveva sorriso tra sé mentre girava la carta degli Amanti: se l’amore lo avesse mai davvero incontrato, quella ragazza si sarebbe pentita di averlo desiderato così tanto. L’amore vero non era quello delle canzoni o dei romanzi rosa. Era un animale con gli artigli, che graffiava e mordeva, che ti trasformava e ti distruggeva, che ti costringeva a scelte impossibili tra dovere e desiderio, tra salvezza e dannazione.
La canzone scivolava nell’aria, discreta, riempiendo gli angoli della stanza senza disturbare.
I hang suspended
Until I know
There’s a chance that you care
«Christopher non avrebbe mai sopportato questa canzone,» disse Virginie all’improvviso, e le parole caddero nella stanza come pietre in uno stagno. Il nome risuonò contro le pareti tappezzate di libri antichi, contro i ritratti sbiaditi, contro i fantasmi che abitavano quella casa come inquilini permanenti.
La stanza sembrò accartocciarsi su sé stessa, come se qualcuno avesse spento un lume o chiuso una porta.
Jericho non rispose subito. Inspirò piano, profondamente, e fu evidente — nel modo in cui le sue spalle si tesero quasi impercettibilmente, nel modo in cui le sue dita si strinsero attorno al bastone — che quel nome lo feriva ancora. Dopo tutto il tempo che era passato come acqua sotto i ponti del Tamigi, quel nome aveva ancora il potere di tagliare.
«Era nato da una guerra,» mormorò alla fine, la voce ridotta a un filo sottile come ragnatela, «e l’ha amata più di quanto amasse noi. Più di quanto amasse la vita stessa, credo.»
Virginie si sedette di fronte a lui, sulla poltrona gemella, e incrociò le mani in grembo con quella compostezza militare che non l’aveva mai abbandonata.
«Nella prima guerra, io servivo l’Inghilterra,» disse lentamente, soppesando ogni parola come se fosse una confessione dolorosa. «Lui la Germania. Eravamo giovani e stupidi, convinti che le bandiere significassero qualcosa di più del sangue. Nella seconda…» Si fermò, e per un momento i suoi occhi si persero nel vuoto. «Nella seconda eravamo già vecchi abbastanza per sapere che eravamo diventati simboli, non persone. Pedine su una scacchiera troppo grande, mosse da mani che non vedevamo.»
«Eppure l’hai lasciato andare.»
«Non avevo alternative.» La voce di Virginie si incrinò appena, una crepa sottile in quella corazza perfetta.
«Io sì.» Jericho abbassò gli occhi sulla tazza di tè, dove il vapore continuava a salire come l’anima da un corpo morente. Le mani gli tremavano leggermente: per l’età, per il freddo, per il ricordo. Forse tutte e tre insieme.
«Non sei un mostro,» disse Virginie, anticipando i suoi pensieri come aveva sempre fatto, come se tra loro esistesse un filo invisibile tessuto da decenni di complicità e dolore condiviso.
«Ho consegnato vostra madre alla follia.» Le parole gli uscirono come una confessione sussurrata in un confessionale vuoto, senza prete, senza assoluzione possibile.
«Hai salvato due bambini.»
«Ho condannato una donna a un destino peggiore della morte.»
«Era già condannata.» Virginie si sporse in avanti, e la luce della lampada le disegnò ombre profonde sotto gli zigomi. «Papà, tu lo sai. Era già persa molto prima che tu prendessi quella decisione. Tu hai solo… accelerato l’inevitabile.»
Le parole le uscivano asciutte, pragmatiche, come se non ci fosse più niente di nuovo da dire su quel vecchio dolore dalla punta arrugginita, ma ancora capace di ferire. Eppure, quella sera, forse per via della musica, forse per via della neve che minacciava di cadere, forse per via di quella particolare alchimia che trasforma la Vigilia di Natale in una notte di confessioni, quel dolore si faceva voce, e la voce evocava nomi.
Valentina Casanova Safire, morta a Bedlam nel 1893, dichiarata pazza nel 1890 dopo aver assassinato sul palco del Drury Lane suo marito, il mago Safire. Follia omicida, avevano stabilito i dottori. Ma la pazzia di Valentina era stata fabbricata, installata chirurgicamente nel suo cervello per ordine di Jericho. Vendetta spacciata per misericordia.
Christopher, morto nel ’44, in un bombardamento su Berlino che nessuno aveva voluto confermare ufficialmente. Un’ombra evaporata nel fuoco, un nome cancellato dai registri, un figlio diventato nemico diventato fantasma.
Jonas Marlowe…
Jericho chiuse gli occhi, e due lacrime, ostinate, testarde come lui, gli rigarono le guance scavate. «Ho visto il mondo bruciare due volte, come era stato predetto. E dopo ogni incendio…» Si interruppe, la voce spezzata. «Dopo ogni incendio rimaneva solo il silenzio. Un silenzio così denso, così pesante, che sembrava solido. Il silenzio dei morti, Virginie. Quello è il vero prezzo della sopravvivenza.»
Virginie tese una mano attraverso lo spazio che li separava e gli sfiorò la guancia con una dolcezza inaspettata, quasi timorosa. La sua pelle era fredda contro quella calda e rugosa del vecchio.
«Il silenzio non è sempre una maledizione,» sussurrò. «A volte è solo… pace. La possibilità di ricominciare.»
Il medium aprì gli occhi lentamente, come se quel gesto gli costasse uno sforzo titanico. In quel riflesso piegato dal tempo, offuscato dalle cataratte nascenti, Virginie vide per un istante il ragazzo fatato che suo padre era stato: pallido come luna piena, irriverente, feroce, bellissimo, in quel modo pericoloso che aveva fatto innamorare tanti uomini, tante donne, perfino l’integerrimo Jonas Marlowe. L’uomo che aveva ingannato demoni e sedotto angeli caduti. L’uomo che aveva guardato negli occhi Lucifero stesso e non aveva chinato lo sguardo. L’uomo che Jonas aveva salvato dal buio, ancora e ancora, fino a quando anche Jonas era stato inghiottito da quel buio.
Virginie inspirò profondamente, sentendo il peso di quello che stava per fare.
«Oggi ho trovato questo.»
Dalla tasca del cardigan estrasse una piccola scatola di latta decorata con motivi art déco sbiaditi. Le mani le tremavano leggermente. Dentro, avvolto in un fazzoletto di seta blu scuro, c’era un accendino.
Jericho lo riconobbe immediatamente.
Il cuore, quel muscolo stanco che continuava a battere per pura inerzia, gli si fermò per un secondo lungo come un’eternità.
«Jonas…» Il nome gli uscì come un respiro, come una preghiera, come una maledizione d’amore.
Virginie annuì, gli occhi lucidi. «Era finito in fondo a uno dei bauli del vecchio studio, quelli che abbiamo recuperato dopo la guerra. Dev’essere scivolato lì decenni fa. L’ho trovato per caso oggi, mentre cercavo un libro per una cliente. L’ho aperto e…»
Con mani tremanti, lo passò nelle mani nodose del padre. La superficie d’argento era consumata dall’uso, opacizzata dal tempo, ma la piccola incisione era ancora lì, testarda come un ricordo che si rifiuta di svanire: una J e una J intrecciate in un monogramma elegante, eseguito da un incisore di Hatton Garden nell’estate del 1909, quando il mondo sembrava ancora un posto dove due uomini potevano amarsi in segreto e chiamare quell’amore felicità.
Jericho lo portò alle labbra tremanti e lo baciò come si bacia una reliquia sacra, come si bacia la croce prima di morire, come si bacia l’ultima lettera di un amante morto in guerra.
«Non cambia nulla, vero?» sussurrò, la voce spezzata in mille frammenti. «Non lo riporta indietro. Non cancella gli anni. Non…»
«No,» rispose Virginie con dolcezza feroce. Si inginocchiò accanto alla poltrona e prese le mani del padre nelle sue. «Non cambia nulla. Ma ti ricorda che non sei mai stato solo. Che sei stato amato, papà. Profondamente, completamente, senza condizioni. E questo… questo conta. Conta più di ogni magia, più di ogni potere.»
Sul giradischi, la voce di Tony Bennett continuava a tessere la sua magia malinconica:
Won’t you answer this fervent prayer
Of a stranger in paradise?
Don’t send me in dark despair
From all that I hunger for
Virginie sorrise attraverso le lacrime che non si era permessa di versare per anni. «Papà… non vuoi cambiare disco? Sai che questo ti fa piangere ogni volta. È straziante.»
Jericho scosse il capo lentamente, stringendo l’accendino al petto come se fosse il cuore di Jonas stesso, ancora pulsante, ancora caldo.
«Solo quando la ascolto da solo,» mormorò. «Solo quando non c’è nessuno a tenermi ancorato al mondo dei vivi. Non stasera. Stasera… stasera tu sei qui.»
Lei gli porse il tè con mani ferme, nonostante tutto. Lui le afferrò il polso, con una forza sorprendente per la sua età, per quel corpo che sembrava sul punto di dissolversi come nebbia al sole. Le sue dita erano fredde ma il tocco era disperato, urgente.
«Virginie…»
«Sì, papà?»
«Promettimi una cosa.» Gli occhi celesti la fissarono con un’intensità che le tolse il respiro.
«Quale?»
«Che quando arriverò al mio terzo incendio…» Si fermò, cercando le parole giuste. «Quello finale, quello che mi porterà via da questo mondo stanco… tu sarai qui. Non voglio morire da solo, circondato solo dai fantasmi. Voglio… voglio vedere un volto vivo. Il tuo volto.»
Virginie, che aveva affrontato agenti spietati nei vicoli bui di Berlino, decifrato codici che avevano salvato migliaia di vite, maneggiato pistole e bombe con mani ferme, attraversato frontiere sotto falso nome, guardato negli occhi uomini più crudeli del gelo invernale senza battere ciglio, sentì il cuore spezzarsi e ricomporsi nello stesso istante.
Si chinò e lo baciò sulla fronte rugosa, sulle palpebre sottili, sulle guance scavate. Lo baciò come una benedizione, come un giuramento, come una promessa incisa nella pietra.
«Sarò qui,» disse, e la voce non le tremò. «Sarò qui, papà. E non ti lascerò cadere. Te lo giuro su tutto quello che sono, su tutto quello che ho fatto, su tutto quello che Jonas era per te. Non sarai solo.»
Fuori, Londra brillava come un presepe bagnato, magica e melanconica nella sua bellezza invernale. Le luci delle finestre si accendevano una dopo l’altra, costellazioni domestiche contro il buio che scendeva. Qualcuno, in un appartamento lontano dall’altra parte della strada, mise su The Great Pretender dei Platters, e quella voce soul si mescolò alla neve che aveva finalmente cominciato a cadere, leggera e silenziosa.
Per un istante, il mondo intero sembrò più piccolo, più intimo, come se tutti, da Bloomsbury a Piccadilly, da Soho a Kensington, stessero raccontando la stessa bugia gentile per sopravvivere a un altro inverno, a un altro anno, a un’altra perdita.
Jericho si lasciò andare sulla poltrona, il corpo finalmente rilassato, stringendo l’accendino di Jonas come un talismano contro la notte. Lo tenne stretto al cuore, dove un tempo aveva battuto più forte, quando Jonas era vivo e il mondo sembrava un posto meno crudele.
Virginie si sedette accanto a lui sulla bassa panca di velluto, appoggiò la testa contro il bracciolo della poltrona e chiuse gli occhi.
E mentre la musica tornava lentamente al solco iniziale, mentre la neve continuava a cadere silenziosa su Londra, mentre il tè si raffreddava dimenticato e la notte si faceva più profonda, i due rimasero lì, padre e figlia, medium e spia, sopravvissuti e testimoni, a vegliare l’uno sull’altra, come avevano fatto da sempre, attraverso guerre e tradimenti, attraverso morti e resurrezioni, attraverso tutti gli incendi che il mondo aveva acceso e spento.
Come avrebbero continuato a fare finché la vita, capricciosa e crudele nella sua generosità, lo avrebbe permesso.
Fuori, nel cielo di Londra, le prime stelle cominciarono a brillare attraverso le nuvole.
But open your angel’s arms
To the stranger in paradise
And tell him that he need be
A stranger no more.
E Jericho, addormentandosi finalmente, sorrise.
25 DICEMBRE - BUON NATALE!!
Sotto la nebbia di Londra, due mondi danzano divisi da un velo sottile. Nelle viscere della terra, ombre guerriere custodiscono segreti antichi, in superficie, maschere dorate celano giochi crudeli. Quando i detective Jericho Shelmardine e Jonas Marlowe vengono attratti dalla luce abbagliante e ambigua di Jung-ho Kim, un mercante orientale ossessionato da qualcosa di ineffabile, sete preziose e sangue versato diventano specchi l’uno dell’altro. Un dandy scelto dalle tenebre, un ispettore armato di passato, un guerriero rinato dall’oscurità: tre anime sui confini dell’impossibile, dove ogni ticchettio decide il destino.
«I could not foresee this happening to you», cantava Mick Jagger.
E nella mia testa nacque un nefasto triangolo d’amore: Jericho, giocattolo per una notte; Safire e Valentina, amanti con gli artigli. Scrissi un episodio. Federica era con me. Scrisse, scrisse, scrisse.
Io con quella storia inchiodata al cranio, lei che mi offriva miele avvelenato e schegge di rubino: alimentava, aggiungeva, creava.
E io a dire: voglio un personaggio nuovo, mai visto a Londra.
E arrivò Jonas, a dubitare di Jericho.
C’era la mia paura di sbagliare.
C’era la forza di Federica nel non farlo.
Così è nato Victorian Solstice.
Ed è ancora qui.
Grazie.
Non sapevamo dove ci avrebbe portati l’inverno.
C’erano stanze chiuse, colpe taciute, desideri che mordevano piano. C’era Jericho, già pronto a bruciare, bellissimo, imperdonabile, troppo vivo per essere innocente.
Poi sono arrivati gli altri. I morti che non volevano restare tali. Le donne feroci. I segreti nascosti sotto tappeti vittoriani e dentro cuori che battevano troppo forte.
Abbiamo scritto camminando sul filo: una voce che chiamava, l’altra che rispondeva. A volte in accordo, a volte in disaccordo, ma sempre con la stessa fame di luce dentro l’ombra.
Poi Jonas ha bussato alla porta. Non era previsto. Non lo sono mai i personaggi necessari.
Ho ascoltato Anicka quando aveva paura di spingersi oltre, e ho spinto io.
Quando esitava, io dicevo: ancora.
Ancora un passo nel buio. Ancora una verità che graffia. Ancora una notte che non perdona.
Se è ancora qui, se continua a parlare, è perché qualcuno ha ascoltato.
A voi che avete camminato con noi nel freddo e nel fuoco: grazie.
Buon Natale.