Sebbene la stazione ferroviaria di London St. Pancras fosse ormai aperta da quasi un trentennio, l’ampia strada su cui essa si affacciava era un cantiere a cielo aperto che sembrava non conoscere fine, una ferita spalancata a nord di Londra dalla quale uscivano vapori mefitici, e in cui si agitavano senza sosta uomini neri di carbone e fuliggine.
Eppure, quel tanfo insopportabile, il rumore assordante degli arnesi e delle macchine in movimento, perfino la polvere che ti si infilava attraverso le narici fin nei polmoni, soffocandoti, erano araldi del progresso, del febbrile e roboante trionfo dell’industria, della meccanica, della tecnologia. C’era di che andarne fieri, sissignore, sebbene agli innumerevoli operai che si affannavano intorno alle voragini aperte nel terreno, intenti a costruire la nuova linea della metropolitana, o arrampicati in equilibrio precario sulle facciate dei nuovi edifici, importava solo di arrivare alla fine di un’altra giornata di lavoro e intascare il salario.