Recensione: Victorian Solstice di Federica Soprani e Vittoria Corella

Sotto il titolo Victorian Solstice sono raccolti tre racconti scritti a quattro mani: La società degli spiriti, La lega dei Gentiluomini rossi e I figli del pozzo di carne.
Le storie sono brevi — una sessantina di pagine in media — ma tutte e tre molto scorrevoli. Ambientate nella Londra vittoriana, ricreano il binomio detective-assistente alla Sherlock Holmes e Watson, di cui infatti sono citati alcuni elementi — fra cui gli Irregulars e l’appartamento condiviso con annessa governante. Sebbene il livello raggiunto non sia il medesimo, sono racconti che si leggono volentieri e che sanno incuriosire e rapire. In questo caso è interessante constatare che mentre il detective è realmente un poliziotto, l’assistente è un medium dal passato alquanto burrascoso dal punto di vista legale. Una coppia, quindi, portatrice di valori diametralmente opposti fra loro: la ragione contro la superstizione, cui si accompagnano due stili di vita altrettanto differenti che non tarderanno a produrre situazioni paradossali.
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La società degli spiriti ruota attorno alla morte di un Lord inglese brutalmente fatto a pezzi. È il capitolo in cui l’ispettore Johnatan Marlowe incontra il medium Jericho che, suo malgrado, non farà che seguirlo come un’ombra portandolo a conoscere i luoghi più viziosi di Londra, dove si celano verità malate e morbose. Fin da subito fra i due nasce un rapporto particolare: Marlowe vorrebbe smascherare Jericho e liberarsene una volta per tutte, ma il medium finisce per rivelarsi fondamentale nella sua indagine.
Ne La lega dei Gentiluomini rossi, invece, i due si occuperanno di alcune sparizioni di ragazzini irlandesi e le indagini, iniziate nei vicoli più poveri di Londra, li porteranno fino ai piani alti della società londinese al fine di svelare, ancora una volta, quanto perverso e criminale possa essere un uomo.

Infine I figli del pozzo di carne, forse il più riuscito dei tre racconti, quello che vede finalmente consolidarsi la società Marlowe e Jericho, si occupa ancora una volta della sparizione di alcuni ragazzini orfani, parte del popolo dei medicanti e dei ladri di Londra. La verità che si cela dietro questi rapimenti è raggelante e per poco non costa le vite dei due intrepidi detective.

Lo stile dei racconti è ben curato, con ottima padronanza della lingua, caratterizzato da una profusione di metafore che lo rendono a tratti quasi poetico. È uno stile bilanciato, ricco ma non troppo carico, che rallenta nelle descrizioni ma non indugia nel momento dell’azione. Un ottimo modo per conquistare il lettore e tenere vigile la sua attenzione. Inoltre non si nota assolutamente dove sia Federica Soprani e scrivere e dove, invece, sia Vittoria Corella. I due stili si fondono perfettamente, creando l’illusione di un’unica mano.

I protagonisti sono delineati da piccoli tratti, lasciando che siano individuati più dalle loro azioni che non dalla penna delle autrici. Nel complesso si riesce abbastanza chiaramente a farsi un’idea di entrambi, ma sarebbe bello avere una caratterizzazione più forte di Jericho e Marlowe, che a volte si limitano a subire gli eventi più che a determinarli o prendervi parte — un po’ un trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Sono comunque due personaggi molto interessanti che si seguono con curiosità, ma non di quelli che emergono dalle pagine fino a sembrare reali. Qualità che invece assorbono le ambientazioni e i luoghi in cui i due protagonisti si trovano a operare, descritti sempre con dovizia e davvero particolari.
Le trame, per ovvi motivi di spazio, non sono molto intrecciate, ma nemmeno banali: riescono a colpire il lettore e a tenere vivo l’interesse fino alla fine, malgrado corrano dritte al punto. Peccato davvero che si risolvano in un arco di pagine così breve, si leggerebbe sempre qualcosa in più di Marlowe, Jericho e dei loro casi.
Nonostante in un racconto breve non ci sia lo spazio per inventare indizi particolarmente elaborati e nonostante i due investigatori individuino quasi subito la loro pista, le storie risultano coinvolgenti e interessanti. La causa forse non è nemmeno da rintracciare nello svolgersi del caso, quanto nelle tipologie umane che le due autrici hanno saputo creare: una serie di criminali per nulla scontanti e incredibilmente perversi.

Un punto negativo che, a quanto pare, è proprio dell’editore, sono le scene erotiche. Non sempre aggiungono qualcosa alla storia, a volte sarebbero potute essere tagliate. Ciò accade puntualmente ne I figli del pozzo di carne,  che comunque non risulta affatto pregiudicato e anzi si rivela il più interessante. Alla inutilità di queste scene si aggiunge poi il fatto che, nei primi due, troviamo praticamente la medesima situazione erotica, dando l’impressione di essere addirittura ridondanti.
Altra nota stonata è il rapidissimo, quasi vertiginoso, evolversi del rapporto fra Marlowe e Jericho. Se il primo, infatti, dimostra fin da subito interesse per l’ispettore e volontà di collaborare, l’altro è molto più scettico e da vari punti di vista cerca di non avere coinvolgimenti con il medium. Il fatto quindi che Marlowe lasci cadere ogni sua resistenza quasi subito è spiazzante.
Nei tre racconti si nota chiaramente un’evoluzione da parte delle autrici, tanto che sebbene già il primo sia una lettura piacevole, il terzo risulta ancora migliore. Mi auguro quindi, che le due autrici ci regalino altri piacevoli capitoli di Victorian Solstice.

Il sito della serie è: www.victoriansolstice.it

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