johnnyJohnny quella sera non aveva provocato nessuno. Non aveva dato della checca a Renè. Non aveva dimenticato la cravatta intorno alla fronte del busto in marmo di Vittoria. E non aveva detto ‘cazzo’ per più di due volte, mugugnandolo sommesso tra i denti. Nessun gentiluomo aveva dovuto fingere scandalo davanti al suo turpiloquio (le parolacce in privato, al contrario, erano molto apprezzate gli fruttavano persino qualche extra).
Johnny Sweets era un modello di virtù, una boccuccia santa che diceva amenità quando non succhiava uccelli. Un faccino imbronciato che simulava l’estasi, se volevi l’estasi. O l’innocenza, se preferivi il genere.
“Signor Hoffman, siete venuto a salvarmi?” Johnny Sweets, prostituto posseduto dallo spirito di Beau Brummel, non entrò nel salotto grande con l’aria di chi ne ha già visti troppi e vuole solo una sigaretta e un sorso di brandy.
“Salvarmi dalla noia. Dal tedio. Da una serata moscia” si portò la mano alla bocca: “Ops, parola tabù, parola tabù. Non si fa riferimento a cose mosce qui. Siamo tutti nel pieno del nostro vigore, trabocchiamo di amore e voglia di giocare.”
Indossava una giacca nera con lo stemma di Eton. I capelli un po’ lunghi sulla fronte, Johnny quella sera non era una puttana, era uno studente modello del più prestigioso college maschile d’Inghilterra, forse aveva studiato coi nipoti di Vittoria o i figli di Lord Cadogan.
“Vi piace la giacca? Me l’ha regalata uno che a Eton ci lavora. Si dice il peccato, ma non il peccatore! Costui è un Professore. Immaginate la sua frustrazione, chiuso li dentro tutta la settimana coi principini d’inghilterra, tutti sotto i diciotto anni. Tutti inclini alla masturbazione.”
Johnny piroettò intorno ad Hoffman: “Dice che sarei un ottimo studente. Beviamo qualcosa? Champagne?”