George Henry Glenarvon, 5° Conte di Glenarvon e August Ebenezer Lovelace

I “Padri”

13495109_1016503131738225_3367677656585690711_nNome: George Henry
Cognome: Glenarvon, 5° Conte di Glenarvon
Età: 45 anni
Aspetto: Viso spigoloso, espressivo, anche nella sua immobilità. Occhi azzurri, vitrei, di rado riscaldati da un sentimento, perfino quando guarda i propri figli. Alto e allampanato, con una camminata a lunghe falcate, compassato, nell’atteggiamento, tradisce di rado gesti nervosi, che lasciano intuire una grande energia trattenuta solo grazie ad una ferrea disciplina e ad una volontà incrollabile.
Carattere: Amante della matematica e della musica, compositore di inni sacri e organista, Lord Glenarvon è un uomo parco di parole, sempre controllato, freddo e distaccato fino alla crudeltà. Il suo atteggiamento tradisce un’età più avanzata, un tormento interiore maturato in anni e anni, sublimato e trasformato in una durezza adamantina, in una coerenza spaventosa, che caratterizza ogni singolo atto, ogni azione, nella sfera pubblica come in quella privata.
Eccellente spadaccino, colleziona armi e strumenti di tortura di ogni paese ed epoca.
Storia: George Henry è il figlio maggiore di Henry Glenarvon, 4° Conte Glenarvon, e di sua moglie Mary, figlia del Reverendo Gerald Wellesley, fratello minore Arthur Wellesley, 1° Duca di Wellington.
Ha compiuto i suoi studi al Christ Church di Oxford.
Di deciso schieramento Conservatore, Glenarvon è stato insignito del titolo di Lord del Sigillo privato nel 1886, e da un anno fa parte del Gabinetto privato della Regina. Ma da diversi anni gravità costantemente intorno a quest’ultima. Nessuno, nemmeno la sua famiglia, conosce con chiarezza quali fossero le sue mansioni prima, nè come un uomo relativamente giovane abbia potuto assumere un ruolo così importante nella politica del paese. Ma Sua Maestà sembra avere totale fiducia in lui, tanto da affidargli missioni che esulano da quelli che dovrebbero essere i suoi doveri. Si mormora che dietro il suo ruolo di Lord del Sigillo si nasconda una serie di attività portate avanti nel nome della Corona, indagini e missioni condotte in gran segreto che hanno come unico fine quello di proteggere ad ogni costo la Sovrana e l’Impero britannico da qualsiasi minaccia. Si dice che dietro la sparizione di alcuni personaggi scomodi per l’equilibrio sociale e politico del paese si nasconda una sorta di polizia segreta, uomini-ombra che agiscono nell’anonimato, indipendenti dal Governo e da Scotland Yard, svincolati da qualsiasi regola morale, scrupolo, pietà. Devoti solo a lui. Ma sono solo voci…
Nel maggio 1865, Lord Glenarvon ha sposato Lady Beatrix Craven, quarta figlia di William Craven, 2° Conte di Craven. Hanno avuto nove figli:
Residenza: Glenarvon Hall

Ed eccolo al suo cospetto.
Il sangue del suo sangue, la carne del sua carne.
L’erede delle sue fortune e delle sue responsabilità, il sul futuro, la sua ambizione, la sua speranza, il suo destino. Il delfino dei Glenarvon.
Suo figlio…
“E’confortante sapere che sei mattiniero, Henry” disse Lord Glenarvon, seguitando ad incombere sul ragazzo, a schiacciarlo col proprio sguardo, nella piena consapevolezza di quanto esso fosse difficile da sostenere, per la maggior parte delle persone.
“Bhe, sì” balbettò lui, abbozzando un sorriso, e cercando di alzarsi.
“Non mi piace sprecare tempo, sopratutto quando il clima si decide ad essere un po’clemente” continuò, ergendosi in tutta la sua considerevole statura, che tuttavia non eguagliava ancora quella di suo padre, e liberandosi i pantaloni dai fili d’erba.
Lord Glenarvon annuì, compiaciuto.
“Invece voi non rinunciate mai alla vostra passeggiata mattuttina” riprese Henry, ficcandosi in tasca il taccuino con nonchalanche.”Proprio come dicevate nelle vostre lettere.”
Lord Glenarvon preferì far finta di non aver notato l’occultamento del quaderno, e lasciando vagare lo sguardo gelido sul parco, ancora ammantato di bruma mattutina, rispose:
“Chi ha tempo non aspetti tempo. Una regola di vita sana e coerente è il fondamento per un’esistenza produttiva e appagante. Senza contare che i miei numerosi doveri mi concedeno poco spazio da dedicare alle mie riflessioni personali.”
Gli appoggiò una mano sulla spalla, premendo leggermente con le dita. Il ragazzo era magro, leggermente ingobbito. Passava molto tempo sui libri, stando a ciò che dicevano i suoi insegnanti, ma non sembrava apprezzare troppo l’attività fisica, salvo lunghe passeggiate solitarie. Non era necessariamente un male. Lui stesso era stato un giovane ombroso e poco dedito all’agonismo, nonostante avesse contribuito alla vittoria di Oxford nella regata del 1857.
“Hai un momento per me, Henry? Avrei desiderio di parlarti” continuò Lord Glenarvon, lasciando cadere la mano dalla spalla del figlio. Non era esattamente una domanda, la sua, giacchè si era già avviato, dando evidentemente per scontato che il ragazzo lo avrebbe seguito.
“Il Decano Harrington mi scrive che ami molto la lettura, che trascorri molto del tuo lempo leggendo e scrivendo.”
Stavano percorrendo un vialetto di ghiaia bianca, che correva intorno a tutto il giardino, contornato da due aioule parallele in cui a primavera sbocciavano giacinti, narcisi e ranuncoli.
Poichè il ragazzo non ribatteva, Lord Glenarvon riprese.
“Questo è ammirevole, sebbene sarebbe mio interesse conoscere le tue letture. Non me ne accenni mai nelle tue lettere. A tal proposito, anche le tue lettere sono piuttosto rade” seguitò, voltandosi a guardare il figlio negli occhi.
“Alla tua età scrivevo a mio padre, tuo nonno, almeno due volte alla settimana, e anche tuo fratello Gerald scrive spesso a me, a tua madre e perfino a Mary Elizabeth.”
Henry aprì la bocca per rispondere, ma Lord Glenarvon aveva già ripreso a camminare egli dava le spalle. Il ragazzo fece in modo di portarsi al fianco del padre, solo un passo indietro.
“E’stata una sorpresa ritrovarti a casa. Non del tutto inopportuna. Immagino tu abbia voluto restare vicino a Gerald in questo difficile momento, e di questo ti sono grato. E’tuo dovere di fratello maggiore mostrargli tutto l’appoggio possibile e fare in modo che dimentichi in fretta questa scabrosa vicenda. Ma averti qui rende più facile per me anche mettere in atto una serie di progetti che ti riguardano da vicino, e dei quali ormai sei abbastanza grande per essere reso partecipe”
Di nuovo si fermò, e di nuovo si voltò a guardare in volto il figlio, lo sguardo freddo e duro come il diamante:
“Henry Arthur, hai già giaciuto con una donna?”

13507112_1016503138404891_4449584418820369704_nNome: August Ebenezer
Cognome: Lovelace
Età: 50 anni
Aspetto: Occhi azzurri, chiarissimi, frangiati da ciglia bionde. Capelli biondi striati di argento. Labbra finemente cesellate, insolitamente rosse. In gioventù si indovina egli dovesse essere dotato di una notevole, angelica bellezza, che, invecchiando, si è tramutata in un fascino indubbio, seppur difficile da spiegare.
Carattere: Nessun ospite è prodigo come August Ebenezer Lovelace. Nessun amico altrettanto devoto, leale, fidato. August sorride spesso, ride volentieri. E poi, di punto in bianco, smette, e il suo volto, quando è serio, acquista un aspetto sinistro. Come se una maschera, cadendo, svelasse una realtà inaspettata. Unico ricettacolo del suo amore è la figlia Boudicca, che ama con un’intensità che rasenta la perversione. Per lei, cresciuta nel migliore dei modi, con gli insegnanti più esclusivi, protetta e adorata come una giovane divinità, sogna un futuro da Lady.
A differenza di molti arricchiti, pur ostentando la sua straordinaria agiatezza, sa risultare discreto e raffinato come il più compito dei Lord. Ama lodare la grande scuola della vita, che gli ha insegnato più di qualsiasi università. Di certo i suoi viaggi e lunghi soggiorni in giro per il mondo lo hanno reso edotto su un’infinità di nozioni utili, e soprattutto gli hanno insegnato a conoscere l’animo umano. E a sfruttarlo a proprio vantaggio. La sua ricchezza gli ha altresì aperto le porte dell’aristocrazia, anche se non ha ancora ottenuto di essere ammesso a Corte. Più temuto che amato, ha al suo servizio una vera e propria piccola milizia privata di pregiudicati. Il suo uomo di fiducia, l’unico a cui affida la sicurezza di Boudicca e la propria, è il misterioso Victor Miranda.
Storia: Di umili origini, come non lesina mai di ricordare (ma guai se qualcun altro osa provarci…), August si è fatto da solo, usando qualsiasi mezzo, non fermandosi davanti a nulla per perseguire i propri scopi. Spregiudicato e apparentemente senza morale, ha respirato fin da bambino i miasmi dei bassifondi, ricavandone, a suo dire, una sorta di immunizzazione. Dopo essersi impiegato in mestieri ai limiti del sordido (e probabilmente anche oltre il limite…) e aver conosciuto la prigione, si è imbarcato, iniziando una serie di viaggi che lo hanno portato a toccare svariate regioni dell’Impero. Nessuno sa con precisione quando e come sia iniziata la sua ricchezza, ma di fatto, un bel giorno, August Lovelace è tornato a Londra come uomo ricco, e da quel momento la sua ricchezza non ha fatto che aumentare, il suo potere ad espandersi, dai Docks al West side, infilandosi nelle più remote latebre di Whitechapel come sotto la soglie dei migliori salotti cittadini. Oltre alle sue navi mercantili e ai ricchi magazzini che ospitano le sue merci, Lovelace ha una serie di attività illegali, che vanno dallo strozzinaggio, al contrabbando, alla tratta di schiavi, alla gestione di bische e fumerie d’oppio, alla prostituzione. Suoi alcuni dei bordelli più prestigiosi della città, primo fra tutti il Golden Cage. Presta denaro a molti grandi nomi del bel mondo, e fa parte della Massoneria.
Residenza: 3 Westbourne Terrace, Paddington

“E quindi, Mister Wilson, spero abbiate compreso che nella mia reticenza non c’è nulla di personale. E’una questione di principio.”
August Lovelace, terminata la sua tirata, si appoggiò allo schienale imbottito della sedia che occupava abitualmente da anni, al proprio tavolo nella grande sala da pranzo dell’East India Club.
Mister Wilson, ricco commerciante di Bournemouth, era fornitore quasi esclusivo di finimenti per l’esercito britannico, amico del segretario personale di Lord Robert Arthur Talbot Gascoyne-Cecil, marchese di Salisbury, Primo Ministro, e di una lunga sfilza di eccellentissimi generali, colonnelli, capitani e via dicendo, fino a sottoufficiali indegni di essere menzionati.
“Io comprendo, Mister Lovelace” lo rassicurò l’uomo, tormentando con crudeltà inaudita il ricco risvolto del proprio cappello, che continuava a rigirarsi tra le dita grassocce come se fosse lì lì per strapparlo da un momento all’altro.
“Tuttavia, trattandosi di un favore unico, ecco, speravo che poteste eventualmente tendermi una mano… proprio perchè non si tratta di una cosa personale, ecco… non vi disturberei mai per una cosa personale…”
“E fareste male, Mister Wilson” lo interruppe Lovelace, versandosi da bere. Un cameriere in livrea scattò per fermarlo, ma non fece in tempo e si ritirò alle sua spalle, guardandosi intorno circospetto, agurandosi che il maitre non lo avesse visto.
August Lovelace sollevò il bicchiere di vino, osservando per un momento rapito il liquido di un rosso così intenso e scuro da sembrare nero ondeggiare nella sua prigione di vetro.
Quindi lo avvicinò al viso, assaporando il bouquet corposo e aromatico, prima di bere.
Quando posò il bicchiere le sue labbra, già naturalmente vermglie, apparivano ancora più scure.
“Io credo molto nelle relazioni personali, soprattutto tra chi si conosce da molto tempo, come nel nostro caso. Io sono venuto al matrimonio di vostra figlia Margareth, e al battesimo del suo primogenito, ricordate? Come sta il piccino, a proposito?” s’informò sollecito.
“B-bene, grazie…” balbettò l’ometto, sempre più sulle spine.
Lovelace, perfettamente a suo agio, intrecciò le lunghe dita nervose sul filetto che andava navigando nel suo stesso sangue nel piatto davanti a lui.
“Insomma, Mister Wilson, io mi sono comportato da amico… vi ho sempre trattato con rispetto… e ora che avete bisogno di me prendete le distanze, e non vi comportate voi da amico, non mi trattate con rispetto a vostra volta… non va bene.”
Mister Wilson, ricco commerciante di Bournemouth e amico del segretario del Primo Ministro, sembrava prossimo alle lacrime.
Ma August Lovelace sorrise, magnifico.
“Su, su, Mister Wilson, facciamo così… Vi aiuterò, proprio perchè siete voi, e per Margareth e il piccolo. Un giorno, e non arrivi mai quel giorno, vi chiederò di ricambiarmi il servizio, fino ad allora consideratelo un regalo per le prossime nozze di mia figlia” concluse, strizzandogli l’occhio.
“Oh, la signorina Lovelace si sposa?” domandò Mister Wilson, ancora incredulo davanti a tanta fortuna.
“Molto presto, Mister Wilson, molto presto” ammiccò gioviale Lovelace, mentre l’altro gli prendeva la mano, incerto se baciargliela o stringerla. Optò per la seconda scelta, anche se dal modo in cui si ritirava, inchinandosi a profusione, la sua totale dedizione risultava comunque palese.