Alice Marlowe aveva appreso, quella mattina stessa, un nuovo aspetto della sofferenza. La sofferenza, signori miei, ha due facce e un doppio taglio. E’ una spada con due fil di lame, che s’impugna con entrambe le mani, e se non si è ben in grado di infliggere la ferita, si scivola sul sangue e ci si fa male. Ad infliggerla, la sofferenza, servono forza, stomaco ed il cuore è un diavolo d’impiccio, la mente un accessorio che da inciampo. Gli organi vitali più preziosi, a far l’aguzzino, si degradano a frattaglie. Si vede che i mostri hanno toraci vuoti e teste cave, di certo è così.

aliceLa casa e i bambini, al suo ritorno al lavoro, quella mattina, si erano rivelati pressoché identici. Perché i bambini l’amavano ancora e, beh, la casa è un’oggetto inanimato. Non poteva portarle rancore perché l’aveva disubbidita. Ma lui no, lui era un altro uomo al suo ritorno. L’uomo la guardava come se anche a lui si fossero svuotati petto e capo.
Le aveva chiesto se si era divertita. Ma intendeva altro. Poi le aveva chiesto se lui le fosse mancato. Questo ovviamente mentre i bambini erano nella stanza dei giochi e la Signora da qualche parte fuori portata d’orecchio.
“Non c’è ragione, in ogni caso, perché tutto debba finire” le aveva detto, una mano a lisciarsi il bavero e gli occhi oltre la testa della sua sottoposta, a guardare il giardino. Sulla scrivania, tra loro, l’argento appannato del servizio da tè e due tazze celesti.
“Ci ho riflettuto, che altro potevi fare? E io? Che altro potevo fare? E’ la soluzione migliore. Lui garantirà la tua reputazione. Ma possiamo divertirci ugualmente.”
Aveva sorriso. Alice no. Non aveva sollevato la sua tazza, perché avrebbe tintinnato contro il piattino, un suono di ossicini detestabile. Le sue mani sapevano che avrebbe tremato prima ancora che lo sapesse lei e semplicemente non avevano collaborato.
“No.” Aveva risposto.
“Come?”
“Non continuerà.”